Il megagasdotto TAP è un malaffare svizzero

di Angelo Gagliani

 

Il TAP (Trans-Adriatic Pipeline) è un gasdotto in costruzione che dalla frontiera greco-turca attraverserà Grecia e Albania per approdare a San Foca, spiaggia Bandiera Blu del Salento in Puglia.

Insieme a TANAP (Trans Anatolian Pipeline che attraverserà da Est a Ovest la Turchia) e a SCP (South Caucasus Pipeline), è una delle infrastrutture di trasporto che apriranno il cosiddetto Corridoio Sud del Gas.

 

Questo corridoio consentirà l'accesso al mercato europeo delle riserve di gas naturale dell'area del Mar Caspio, in totale 10 milioni di metri cubi, sufficienti per il fabbisogno di soli 7 milioni di abitanti, espandibili fino a 20 milioni di metri cubi.

 

Alla base del Tap c’è una storia nera, un intreccio di vicende pubbliche e segreti privati che rilancia quel groviglio di interrogativi che fanno da detonatore delle proteste esplose in Puglia, e che partono e finiscono in Svizzera.

 

In Italia finora sono iniziati solo i lavori preparatori del micro-tunnel previsto dal ministero dell’Ambiente per non devastare una costa che vive di turismo: una galleria di cemento che parte in mare, a 800 metri dalla riva, passa sotto la spiaggia e una pineta protetta e riaffiora nei campi, a 700 metri dalla battigia. Da lì il progetto continua su terra, per altri 8,2 chilometri, fino a un nuovo terminale di recezione a soli 500 metri da diversi paesi: qui il consorzio Tap prevede di spostare 1.900 alberi secolari. Per collegarsi alla rete nazionale del gas, poi, servono altri 55 chilometri di condotte fino a Brindisi.

 

Gli olivi a rischio, in totale, salgono così a 10 mila. Ma il gasdotto non si ferma a Brindisi: il gas azero deve essere portato al nord fino a Minerbio, Bologna, ma la furbata è stata spezzettare la grande opera: TAP è solo fino a Melendugno, poi il megagasdotto è della SNAM Rete Adriatica, un modo furbo per eludere le restrizioni della legge Seveso. Intanto il vecchio Governo Gentiloni/Renzi approva una centrale PRT a Sulmona, e dove passerà la continuazione SNAM di TAP attraverso zone sismiche come Larino, Chieti (interessati un mese fa da un terremoto magnitudo 4.2 Richter), e Norcia e Foligno, ancora zone rosse del terremoto del 2016. Ma, dicono, non ci sono rischi ambientali, e poi è pertinenza SNAM, non TAP….

 

Fino alle elezioni italiane del Marzo 2018 tutto il Movimento 5 Stelle ha sostenuto il Movimento No TAP dichiarando che, se fossero andati al Governo, avrebbero fermato TAP in 15 giorni. Poi col Governo giallo-verde le posizioni si sono fatte più attente: la Ministra per il Sud Barbara Lezzi ha parlato di accordi internazionali inderogabili, il Presidente della Repubblica Mattarella in visita ufficiale in Azerbaijan di “penali miliardari da pagare”, il neo premier Giuseppe Conte è stato addirittura chiamato alla Casa Bianca da Trump per assicurarlo su TAP. Poi è arrivato Blair, lobbista TAP da Salvini, la Merkel che visita l’Azerbaijan e da assicurazioni sul Southern Gas Corridor, come è chiamato il megagasdotto che arriva dal Mar Caspio… Insomma, i potenti della terra si sono raccomandati su TAP.

 

 


 

 

Ma chi è TAP? Cosa c’entra con la Svizzera?

 

 

Partiamo dagli inizi: l’azienda che ha ideato il Tap si chiama Elektrizitäts Gesellschaft Laufenburg, Egl, con sede a Dietikon nei pressi di Zurigo, controllata dal gruppo svizzero Axpo. Le carte, ottenute grazie a una richiesta di atti dell’organizzazione Re:Common, documentano che la Egl italiana ha ottenuto, nel 2004 e 2005, due finanziamenti europei a fondo perduto, per oltre tre milioni, utilizzati proprio per i progetti preliminari e gli studi di fattibilità del Tap. Anche l’amministratore delegato di questa Egl, la società-madre del Tap, è un cittadino svizzero: Raffaele Tognacca, 51 anni, un manager che ha fatto anche politica con i liberali in Canton Ticino. Tognacca ha lavorato per anni tra Roma e Genova come dirigente del gruppo italiano Erg, che ha diversificato dal petrolio agli impianti eolici e solari soprattutto al sud. Tornato in Svizzera, ha aperto con la moglie la società finanziaria Viva Transfer, che un’indagine anti-mafia italiana ha additato come una lavanderia di soldi sporchi.

 

Intervistato dalla tv svizzera italiana, il procuratore aggiunto Michele Prestipino descrisse la vicenda come «un caso esemplare di riciclaggio internazionale di denaro mafioso». Come rileva l’inchiesta dell’Espresso del 3 aprile 2017, tutto parte nella primavera 2014, quando la Guardia di Finanza di Roma scopre una presunta banda di narcotrafficanti collegati alla ’ndrangheta. Il clan, capeggiato dal calabrese Cosimo Tassone, è accusato di aver importato oltre mezza tonnellata di cocaina dal Sudamerica, con altri 220 chili sequestrati a Gioia Tauro. In quei giorni, secondo l’accusa, il clan calabrese deve versare un milione e mezzo di euro ai narcos sudamericani, ma non può usare il previsto canale bancario brasiliano. Quindi il braccio destro di Tassone recluta una famiglia di promotori finanziari toscani, il padre e due figli, che accettano di «trasportare quei soldi in contanti, dentro due trolley, a Lugano, nella sede della Viva Transfer», come confermano le confessioni degli stessi corrieri poi arrestati. A ricevere tutte quelle banconote, da mandare in Brasile, è stato «Raffaele Tognacca in persona». Proprio il manager svizzero che ha tenuto a battesimo il Tap.

 

Quando Tognacca entra in scena, le intercettazioni captano una lite che rischia di degenerare: dal Sudamerica i narcos si lamentano di aver ricevuto mezzo milione in meno. In Italia Tassone, furibondo, pensa a un furto e manda i suoi uomini a terrorizzare un figlio del corriere toscano: «Gli spacco la testa... Noi non siamo imprenditori!». L’altro figlio intanto viene tenuto in ostaggio in Brasile, come garanzia umana. Dopo altre violenze e intimidazioni, il boss calabrese si convince che nessuno gli ha rubato i soldi mancanti: è la società di Tognacca che ha incamerato una parcella-record di oltre 400 mila euro («il 30 per cento!»). Proprio allora scattano gli arresti. Al processo, tutt’ora in corso, i pm di Roma hanno formulato una specifica accusa di riciclaggio. E dopo la retata, hanno incontrato i colleghi elvetici, competenti a valutare la parte estera del presunto reato. Tognacca si è difeso pubblicamente dichiarando di «non essere stato oggetto di nessuna misura penale né in Italia né in Svizzera». Per i magistrati italiani resta assodato che il clan calabrese usò la Viva Transfer per pagare la cocaina. Ma i giudici elvetici potrebbero aver archiviato tutto per «mancata prova del dolo»: Tognacca poteva non sapere che erano soldi di mafia. Magari pensava di aiutare onesti evasori fiscali. Certo è che mister Tap non disprezzava le valigie di denaro nero.

 

Oggi la Egl italiana non esiste più: è stata assorbita da Axpo. Ma il Tap va avanti. Nel 2009 la Commissione europea accetta pure di cambiare il beneficiario del residuo finanziamento a fondo perduto, dirottato dalla Egl alla Tap Asset spa, un’altra filiale di Axpo con sede a Roma, nello stesso palazzo della delegazione europea. La vicinanza aiuta. La società-bis infatti eredita i contributi quando è già diventata una scatola vuota: nove mesi prima, infatti, ha venduto il progetto del supergasdotto, per almeno 12 milioni, all’attuale capofila Tap Ag con sede a Baar in Svizzera, . Pure questa è una società svizzera, ma oggi è controllata da multinazionali dell’energia come l’italiana Snam, l’inglese Bp, la belga Fluxys, la spagnola Enagas, l’azera Az-tap e naturalmente la svizzera Axpo.

 

Nel 2013 il corridoio sud del gas, cioè l’intero maxi-gasdotto, viene approvato dalle autorità europee, appoggiate dagli Usa, con una dichiarata funzione anti-russa, per creare un’alternativa al metano della Gazprom. Ma ora i documenti mettono in dubbio questa giustificazione geo-politica: il gigante russo Lukoil, infatti, è entrato con il 10 per cento nel consorzio guidato da Bp e dalla società azera Socar per sfruttare il giacimento di Shah Deniz 2, proprio quello del Tap. Mentre alcune intercettazioni italiane autorizzano a pensare all’esistenza di accordi sotterranei anche con altre società russe. Controllate da oligarchi fedeli al presidente Vladimir Putin.

 

Nel febbraio 2009 l’imprenditore pugliese Giampaolo Tarantini viene registrato al telefono, nell’inchiesta sulle escort di Berlusconi, mentre parla con Roberto De Santis, un manager legato all’ex premier Massimo D’Alema. Ora è possibile capire i retroscena di quell’intercettazione. Intervistato dalla tv pugliese Telerama, De Santis ha giustificato così le sue parole sul gasdotto: «Ero consigliere d’amministrazione della società Avelar, che aveva interesse nel Tap, ma dal 2010 in poi non ne ha più avuto, perché non ha più ritenuto opportuno continuare in quella avventura imprenditoriale... Avelar aveva degli accordi con la svizzera Egl, che poi sono venuti meno nel 2010». Il problema è che Avelar non è mai comparsa ufficialmente nel Tap. È una società svizzera creata dal miliardario Viktor Vekselberg, titolare del colosso Renova e vicinissimo a Putin, per investire nelle energie rinnovabili. Per sbarcare in Italia, Vekselberg ha inserito nella Avelar due manager senza alcuna esperienza nell’energia, ma con forti agganci politici a destra e a sinistra: il dalemiano De Santis, appunto; e un grande amico di Marcello Dell’Utri, Massimo Marino De Caro, come vicepresidente esecutivo. De Caro è stato poi arrestato e condannato per il colossale furto di libri antichi nella biblioteca dei Girolamini a Napoli. Quell’inchiesta nata a Firenze ha anche rivelato che De Caro, dopo aver ricevuto un bonifico milionario dalla Avelar, ha girato oltre 400 mila euro a Dell’Utri, per motivi rimasti oscuri, mentre l’ex senatore di Forza Italia era ancora libero, in attesa della condanna definitiva per mafia. Finora si ignorava che un oligarca amico di Putin, attraverso l’italo-svizzera Avelar, avesse stretto accordi, mai rivelati, sul gasdotto anti-russo.

 

Ad aumentare il tasso di misteri attorno al Tap pesano anche i Panama Papers. I documenti offshore ottenuti dal consorzio giornalistico Icij, di cui fa parte L’Espresso in esclusiva per l’Italia, mostrano che tra i clienti dello studio Mossack Fonseca (i cui titolari nel frattempo sono stati arrestati a Panama) compare anche il manager più importante della Tap Ag svizzera. Si chiama Zaur Gahramanov, è nato nel 1982 in Azerbaijan e occupa ruoli cruciali in tutte le società chiave del maxi-gasdotto: è dirigente di grandi aziende del gruppo Socar, il colosso petrolifero dello Stato azero; consigliere d’amministrazione dei gasdotti Tap e Tanap; e gestore di varie società estere, tra cui la cassaforte svizzera che gestisce i profitti miliardari di gas e petrolio.

 

Il 18 febbraio 2011 lo studio di Panama registra proprio Gahramanov come azionista di una società offshore delle British Virgin Islands, chiamata Geneva Commodities International Ltd. La società è gestita da un fiduciario elvetico e tutti gli atti vengono trasmessi in Svizzera, spesso su richiesta di una banca. Gli altri due soci della offshore sembrano fiduciari di altri soggetti che vogliono restare nell’ombra: sono un professionista tedesco residente in Svizzera e un russo con domicilio in Israele. Nello studio Mossack Fonseca, accanto al certificato azionario, ci sono tutti i dati personali del manager azero dei gasdotti. Il timbro della società anonima ha un disegno con tre spighe di grano. Sembra quasi un programma: con le offshore c’è grano per tutti. E chi viene nominato Country Manager per l’Italia di TAP nel 2016? Michele Mario Elia, Amministratore Delegato di Ferrovie dello Stato Italiane nel 2014-2015, la sentenza del processo di primo grado per la strage ferroviaria che il 29 giugno 2009 costò la vita a 32 persone a Viareggio: quel treno cisterna che deragliò in stazione e prese fuoco non fu soltanto per fatalità, con Elia condannato a 7 anni e 6 mesi in via definitiva… sicuramente un esperto in esplosioni di gas….

 


 

 

Lo stato attuale del Progetto TAP:

 

- la popolazione della Provincia greca di Kavala al confine turco sono in presidio contro TAP da alcuni mesi con esposti in procura su diverse irregolarità;

 

- nessun tubo è stato ancora steso nell’Adriatico;

 

- 8 sindaci salentini hanno chiesto al gip del Tribunale di Lecce la consegna della superperizia sul presunto frazionamento fraudolento del metanodotto tra Tap e Snam eludendo la legge Seveso;

 

- si attende il responso del premier Giuseppe Conte sul dossier che afferma di tener aperto sulla propria scrivania. Ma non esiste neppure quel “comitato di conciliazione per Tap” tante volte annunciato. Lo ha confermato lunedì 24 settembre il capo dell’Ufficio per il programma di governo della Presidenza del Consiglio dei Ministri, rispondendo a una richiesta di accesso agli atti del Movimento No TAP;

 

- il Tar Lazio discuterà solo il 14 novembre, vista la decisione di non sospendere gli atti con cui il ministero dell’Ambiente, l’8 marzo scorso, ha escluso l’assoggettamento a valutazione di impatto ambientale;

 

- il pm Valeria Farina Valaori ha aperto anche un ulteriore filone d’indagine per possibile inquinamento delle falde acquatiche sul cantiere del microtunnel a San Foca. Ha incaricato Arpa Puglia e i carabinieri del Noe ad effettuare analisi sul cemento utilizzato dalla società per la costruzione del pozzo di spinta del microtunnel, come pure sulle acque sotterranee e sui terreni di zona San Basilio. Il precedente monitoraggio dell’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente, infatti, ha documentato lo sforamento in falda dei limiti di nichel, cromo esavalente, arsenico, vanadio e manganese, valori in parte rientrati nel frattempo nella norma. Sotto accusa è finita proprio Tap, a cui Arpa ha imputato più volte una non corretta impermeabilizzazione dei terreni;

 

- una richiesta di sequestro del cantiere in virtù “della mancata ottemperanza di varie prescrizioni poste a base dei relativi decreti attuativi” è stata formalizzata da tre parlamentari pentastellati, Lello Ciampolillo, Sara Cunial e Saverio De Bonis. Un atto che ha messo ancora più in guardia gli attivisti;

 

- il secondo cantiere, in Contrada Le Paesane, è sotto sequestro per l’espianto abusivo di olivi, effettuato a fine aprile, in violazione come periodo, dello stesso contratto TAP;

 

- su presunte “false rappresentazioni in mare” ci sono numerosi esposti e inchieste della Procura: c’è la Poseidonia superprotetta all’imbocco in mare del tubo TAP…

 

 

Praticamente i cantieri TAP in Italia sono bloccati dalla magistratura, ma… “Avanti tutta”, ha ribadito Luca Schieppati, managing director di Tap, durante l’Italian Energy Summit a Milano: “Siamo pronti a realizzare il microtunnel, un’opera molto semplice. La nostra volontà, nel pieno rispetto del dialogo, è di proseguire”. Sarà Saipem, con l’impiego di una “talpa”, ad eseguire questa attività e secondo Tap si è davvero agli sgoccioli: “Siamo all’80 per cento dei lavori del corridoio sud completato, in Grecia e in Albania siamo al 99 per cento della pista e abbiamo il 97 per cento dei tubi saldati”, ha detto Schieppati, per il quale non esistono “piani B”. Per la società è proprio questo il momento dell’avanti tutta: è pronta a riprendere i lavori già da lunedì 1 ottobre, come comunicato il 21 settembre scorso con nota inviata agli enti interessati. Domenica, d’altronde, scadrà il termine per la pausa estiva prevista ogni anno a tutela dell’economia turistica di Melendugno. Si ricomincerà, appunto, dal microtunnel sotterraneo che si inabissa nelle acque di San Foca fino a contrada San Basilio, dove è in piedi il cantiere blindato con recinzione e filo spinato e sorvegliato dalle forze dell’ordine. Diciassette giorni per lo scavo, otto per il rinterro, invece di sessanta e trenta. La tempistica per costruire il microtunnel in mare e sulla terraferma è stata velocizzata: è una delle “ottimizzazioni” benviste dal ministero. Non avrebbe molto altro da fare, poi, Tap, almeno finché non ottiene il dissequestro dei quattro ettari finiti sotto chiave alle Paesane ad aprile e che dovrebbero essere attraversati dal gasdotto.

 

 

 

Ultimo aggiornamento del 30 settembre 2018: Il Ministero dei Trasporti, con l’ordinanza 70/2018 rende noto che dal 31.10.2018 al 30.12.2019, inizierà la costruzione della sezione marina deò progetto TAP, per cui per 15 mesi vigerà il divieto di transito, di balneazione, di pesca e di qualsiasi altra attività sul mare tra Torre Chianca, San Basilio, e San Foca fino a Torre dell’Orso. Praticamente la morte per i prossimi 15 mesi delle spiagge più belle del Salento.

 

 

 

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