Come ti confeziono il nemico

di Chiara Cruciati (tratto da Il manifesto del 21.10.2015)

 

A quat­tro anni dalla sua prima pub­bli­ca­zione arriva in Ita­lia uno dei libri che meglio ana­lizza la società israe­liana e la nar­ra­zione col­let­tiva su cui fonda la sua appa­rente unità: La Pale­stina nei libri sco­la­stici di Israele – Ideo­lo­gia e pro­pa­ganda nell’istruzione, di Nurit Peled-Elhanan (EGA-Edizioni Gruppo Abele, pp.288, euro 18) apre uno squar­cio nel radi­cato sistema di pro­pa­ganda interna che ha accom­pa­gnato per decenni la costru­zione dello Stato di Israele.

Un sistema che si regge su pila­stri indi­scu­ti­bili e che accom­pa­gna ogni israe­liano nel per­corso di cre­scita, dalla scuola all’esercito fino al mondo del lavoro: la disu­ma­niz­za­zione del pale­sti­nese, la can­cel­la­zione e l’omissione della nar­ra­tiva araba, la crea­zione di una memo­ria col­let­tiva in con­tra­sto con la Storia.

Par­tendo dallo stu­dio det­ta­gliato di 17 libri (10 di sto­ria, 6 di geo­gra­fia e uno di studi civici) uti­liz­zati nelle scuole pub­bli­che israe­liane dal 1997 al 2009, Peled-Elhanan imba­sti­sce un’analisi one­sta ed appro­fon­dita della natura stessa dello Stato israe­liano attra­verso diversi stru­menti: da «ana­li­sta della nar­ra­tiva», come si defi­ni­sce nella pre­fa­zione, Peled-Elhanan intesse una trama fatta di studi socio­lo­gici e antro­po­lo­gici, espe­rienza diretta e cono­scenza pro­fonda della realtà poli­tica e sociale israe­liana, ricerca sul campo. I risul­tati si dipa­nano sotto gli occhi del let­tore, in un incal­zante elenco di esempi volti a dimo­strare la tesi dell’autrice: la scuola è il primo mezzo di crea­zione della memo­ria col­let­tiva, di una nar­ra­tiva nazio­nale per uno Stato e un popolo fram­men­tati, frutto di un’immigrazione «for­zata» da ogni angolo del mondo. L’istituto sco­la­stico è il cuoco che sforna un’identità con­di­visa e comune, non fon­data su fatti sto­rici ma sulla loro inter­pre­ta­zione, la loro nega­zione o la loro omissione.

Così la memo­ria fab­bri­cata fini­sce per pre­va­lere sulla Sto­ria e si radica nelle menti delle gio­vani gene­ra­zioni, man­te­ne­nedo in piedi una società che ripro­duce, sem­pre uguali a se stessi, i pro­pri schemi men­tali. La con­se­guenza, tut­tora visi­bile in Israele, è la crea­zione a tavo­lino di una società «sotto asse­dio», con­vinta di essere preda di un mondo ostile. La «men­ta­lità da accer­chia­mento», spiega l’autrice per­mette alle auto­rità di model­lare l’individuo, accom­pa­gnarlo nel cam­mino da stu­dente a sol­dato a lavo­ra­tore verso la forma men­tis desiderata.

Gli esempi ripor­tati nel libro variano, spa­ziando dalle imma­gini a cor­redo dei testi sco­la­stici fino alla ter­mi­no­lo­gia uti­liz­zata. Merito dell’autrice è l’analisi del libro di scuola nella sua inte­rezza: ne stu­dia il lin­guag­gio, le mappe, le imma­gini, la gra­fica. Niente è lasciato al caso, tanto meno la pre­senza più o meno occulta di giu­dizi morali ed etici. Ed ecco che i mas­sa­cri com­piuti dalle mili­zie para­mi­li­tari sio­ni­ste nel ’47 e ’48 (Haga­nah, Irgun-Etzel, Stern) si tra­sfor­mano in «atti glo­riosi, azioni di reden­zione e sal­vezza, com­piuti da ’superbi com­bat­tenti, eroi dall’eccellente audacia’».

A com­ple­tare il qua­dro, c’è la presenza-assenza pale­sti­nese. Dise­gnando mappe senza con­fini, senza Linea Verde, dove la Cisgior­da­nia diventa Giu­dea e Sama­ria e Gaza e le Alture del Golan Siriano parte inte­grante del grande Israele, l’altro, l’arabo, non esi­ste.
E se esi­ste, spiega l’autrice, è mar­gi­na­liz­zato o addi­tato come peri­colo all’identità ebraica nazio­nale. La Nakba, la cata­strofe del popolo pale­sti­nese, non è citata o è giu­sti­fi­cata; il pale­sti­nese è disu­ma­niz­zato, descritto come sel­vag­gio a cavallo di asini o cam­melli, non edu­cato, «gene­ti­ca­mente ter­ro­ri­sta, rifu­giato o pri­mi­tivo», cari­ca­tura nega­tiva di se stesso. È parte inte­grante di quel mondo arabo in cui va esi­liato, ma allo stesso tempo è pri­vato della cul­tura e le tra­di­zioni che nei secoli ha pro­dotto: «In nes­suno dei libri di testo viene trat­tato, ver­bal­mente o visi­va­mente, alcun aspetto cul­tu­rale o sociale posi­tivo del mondo pale­sti­nese – scrive l’autrice – Né la let­te­ra­tura, né la poe­sia, né la sto­ria o l’agricoltura, né l’arte o l’architettura».

Muo­ven­dosi su piani diversi, evi­tando ste­reo­tipi e sem­pli­fi­ca­zioni e curando i det­ta­gli, Peled-Elhanan deco­strui­sce il sistema della pro­pa­ganda israe­liana verso i suoi stessi cit­ta­dini. Il cui obiet­tivo è chiaro, come si legge nelle pagine finali: «I libri di testo pre­sen­tano la cul­tura ebraico-israeliana come supe­riore a quella arabo-palestinese, il com­por­ta­mento ebraico-israeliano come alli­neato ai valori universali».

La sua autrice, Nurit-Peled Elha­nan, è docente di Edu­ca­zione del Lin­guag­gio alla Facoltà di Scienze dell’Educazione Lin­gui­stica alla Hebrew Uni­ver­sity di Geru­sa­lemme e fon­da­trice del Tri­bu­nale Rus­sell per la Pale­stina. Nel 2011 è stata insi­gnita dal Par­la­mento euro­peo del Pre­mio Sacha­rov per la libertà di pen­siero e diritti umani. Un per­corso, il suo, segnato da una sto­ria per­so­nale stret­ta­mente intrec­ciata agli scon­vol­gi­menti di que­sta terra: nipote di Avra­ham Katsnel­son, che firmò la Dichia­ra­zione di indi­pen­denza di Israele e figlia del gene­rale Matti Peled, in prima linea durante la guerra del ’48 e quella del ’67, perse sua figlia Sma­dar nel 1997 in un atten­tato sui­cida. La bimba aveva 13 anni.

Un evento dram­ma­tico che non ha modi­fi­cato l’approccio di Nurit all’occupazione israe­liana, rite­nuta la respon­sa­bile della morte della figlia. E per que­sto la ricerca si rivolge al mondo fuori: «La ver­sione ori­gi­nale è in inglese, poi tra­dotta in spa­gnolo, ita­liano e arabo – spiega Peled-Elhanan al mani­fe­sto – Non esi­ste in ebraico per­ché non avrei tro­vato edi­tori. Ma soprat­tutto per­ché, trat­tan­dosi di una ricerca acca­de­mica, è rivolta a pro­fes­sori, ricer­ca­tori, stu­denti di tutto il mondo. Voglio par­lare alle opi­nioni pub­bli­che stra­niere, nes­suno getta mai lo sguardo sulla società israeliana».

«Il mio obiet­tivo era sve­lare l’architettura della pro­pa­ganda sio­ni­sta, un modello che si pro­paga a edu­ca­zione, arte, let­te­ra­tura, archeo­lo­gia, musica, tea­tro. Tutte le disci­pline sono reclu­tate per dare vita a una sto­ria comune che ovvia­mente il popolo israe­liano non ha, pro­ve­nendo da ogni parte del mondo».
E il sistema, come si evince dal libro, è vin­cente: «Gli israe­liani diven­tano buoni sol­dati da subito, dall’età di 3 anni – ci dice l’aturice – Molti di loro non hanno mai visto un pale­sti­nese prima di entrare nell’esercito e quando lo incon­trano lo iden­ti­fi­cano come un nemico. È un sistema di suc­cesso per­ché per­va­sivo, invade ogni set­tore. Non c’è un’altra realtà visi­bile. Nes­suno in Israele sa cosa sta suc­ce­dendo in que­sti giorni, chi vive a Tel Aviv non lo sa, chi vive a Geru­sa­lemme Ovest non mette piede a Geru­sa­lemme Est».