Sui diritti non si patteggia!

Di Enrico Borelli

 

Nelle ultime settimane a margine della presentazione del tavolo di lavoro dell’economia il direttore del Dipartimento delle Finanze e dell’Economia Christian Vitta ha evocato l’ipotesi di sottoscrivere una sorta di Patto di Paese che coinvolga le forze politiche, il mondo economico e le organizzazioni sindacali.

Una proposta, lo diciamo in modo schietto, che non convince e che merita qualche riflessione.

Negli ultimi 30 anni è stata condotta quella che il sociologo Luciano Gallino ha definito una lotta di classe dall’alto, da parte delle forze dominanti, che ha portato ad una profonda trasformazione della nostra società e che ha avuto come conseguenza un’impressionante concentrazione della ricchezza e lo sviluppo di profonde diseguaglianze sociali. Questa situazione ha prodotto dei vincitori e dei vinti. Tra i primi annoveriamo i rappresentanti del mondo economico e finanziario e certamente le multinazionali, tra i secondi le salariate ed i salariati, i precari, i giovani e tutti coloro che hanno visto deteriorare le proprie condizioni di vita e di lavoro a seguito della concretizzazione delle politiche neoliberali. La globalizzazione ha prodotto e produce una brutale messa in concorrenza dei lavoratori sia sul piano locale (come sappiamo bene in Ticino) sia su quello globale. In queste condizioni e in questo contesto diventa oggettivamente irrealistico siglare una sorta di patto tra vincitori e vinti. Piuttosto diventa urgente abbandonare le logiche alla base delle politiche neoliberali e concretizzare un cambio di paradigma che permetta un riequilibrio delle diseguaglianze e che ponga un chiaro argine al processo di depauperizzazione che colpisce la nostra Società.

Purtroppo i segnali, sia a livello locale che nazionale, vanno in tutt’altra direzione e confermano la volontà del potere politico e del padronato di voler continuare ad agire all’interno del recinto delle politiche liberiste.

 

Pensiamo all’infausta proposta formulata dallo stesso ministro Vitta, proprio nel giorno in cui la popolazione ha respinto in modo inequivocabile la riforma III delle imprese, di ridurre ulteriormente il carico fiscale delle società giuridiche. Una proposta che s’inserisce nel solco di quanto fatto negli ultimi 20 anni nei quali si sono volutamente svuotate le casse dello Stato e prodotto tagli alla spesa. Un circolo vizioso che andrebbe spezzato! Solo così si potrebbero trovare le risorse per far fronte alle emergenze sociali e ai problemi generati dalla crescente precarizzazione che colpisce ampie fasce di popolazione. E d'altronde sembra chiaramente essere questo il messaggio lanciato dalla popolazione che ha respinto con il 60% dei voti la citata riforma III bloccando quello che, probabilmente, sarebbe stato il più grande trasferimento di ricchezza, dal basso verso l’alto, della storia.

 

Ma anche i segnali che interessano le politiche del mercato del lavoro non sono più incoraggianti. A livello federale ad esempio il Parlamento è attualmente confrontato a nuove proposte di smantellamento della legge federale sul lavoro (già oggi la legislazione del lavoro più liberale d’Europa e probabilmente la più sfavorevole per le salariate ed i salariati) presentate dai rappresentanti della destra economica come i consiglieri agli Stati Keller Sutter e Graber che auspicano un ulteriore allentamento delle disposizioni inerenti la registrazione dell’orario di lavoro e una nuova erosione al divieto del lavoro notturno. Indietro a tutta ci verrebbe voglia di aggiungere! Per non parlare della risoluta opposizione, delle associazioni padronali, di potenziare le misure di accompagnamento che risultano oggi assolutamente inadeguate a frenare il dumping salariale, sempre più dilagante, la messa in concorrenza dei lavoratori e i gravissimi abusi che vanno in scena nel mercato del lavoro e che vedono imprenditori privi di scrupolo accusati di tratta di esseri umani, come purtroppo sembra essere il caso nell’ultimo gravissimo scandalo che ha interessato il settore della posa dei ponteggi in Ticino e in altri cantoni.

 

E a livello di politiche contrattuali la situazione non è dissimile.

A tutti coloro che si oppongo a interventi nella legislazione del lavoro (basti ricordare quei -molti- rappresentanti politici che si sono battuti e si battono contro l’introduzione di un salario minimo legale sostenendo che le soluzioni vanno adottate attraverso la contrattazione collettiva) sarebbe opportuno richiamare la realtà di 2 importanti dossier di cui si sta discutendo proprio in questo periodo. Quello del contratto collettivo del settore della vendita, negoziato con la regia del ministro Vitta, che legalizza e sdogana il dumping statuendo salari di 3'100.- franchi al mese che, de facto, precludono l’occupazione ai residenti e quello del contratto per gli shops annessi alle stazioni di servizio, dove un altro rappresentante di spicco del partito liberale radicale quale l’ex presidente Rocco Cattaneo, ha guidato l’opposizione del padronato locale nei confronti dell’introduzione del salario minimo di 3'600 franchi giudicato troppo elevato. Due dossier che smascherano in modo inequivocabile la volontà di padronato e potere politico di difendere a qualsiasi prezzo i propri privilegi di classe.

 

Ecco perché, in queste condizioni, parlare della sottoscrizione di un non meglio precisato Patto di Paese non può essere assolutamente accolta e va detto chiaramente che parlare oggi di un interesse comune e generale non è assolutamente corretto. Intensifichiamo piuttosto gli sforzi e battiamoci per un cambio di passo sia delle politiche che investono il mercato del lavoro, sia di quelle che riguardano la politica fiscale e sociale.

In gioco vi è, infatti, la difesa degli interessi della stragrande maggioranza della popolazione e di condizioni di vita e di lavoro che rimettano al centro la dignità di ciascuno. Questo deve essere il compito della Sinistra oggi.