Di guerre e di menzogne

Di Dick Marty ... da "Quaderno10"

Gli attentati dell’11 settembre 2001 sono stati il primo attacco subito dagli Stati Uniti sul proprio territorio dopo il bombardamento della flotta americana da parte dei Giapponesi a Pearl Harbor nel dicembre 1941.

Due eventi traumatici che hanno profondamente scosso la società statunitense e provocato sconvolgimenti nel mondo intero.

La reazione all’11 settembre è stata violenta, caratterizzata da forti emozioni e da uno spirito di vendetta. Il presidente George Bush vestendo i panni di comandante in capo delle forze armate dichiara la guerra al terrorismo (War on Terror). Pochi giorni dopo gli attentati conclude la sua solenne allocuzione con un’invocazione religiosa, citando un versetto del Salmo 23 del Vecchio Testamento, noto anche come il salmo del “buon pastore”. Riferendosi a questa guerra Bush utilizzerà poi anche il termine di crociata, termine carico di significato e di conseguenze.

 

La guerra al terrorismo giustifica l’abbandono dello stato di diritto e il ricorso alla tortura: prima importante vittoria dei terroristi.

 

Gli interventi militari in Afghanistan e nel Medio Oriente compiuti nel nome della guerra al terrorismo hanno provocato oltre duecentomila morti, enormi spostamenti di popolazione, devastato interi paesi e annientato proprio gli Stati laici che contrastavano più efficacemente l’estremismo islamista (Iraq, Libia e Siria).

L’opzione militare è attivamente sostenuta da parecchi Stati europei con in prima fila il socialista Blair. Sarkozy si fa poi il paladino dell’attacco alla Libia nel 2011 (dopo aver accolto Gheddafi a Parigi con i massimi onori) e Hollande si sente forte e importante bombardando la Siria. Oltre alle opzioni militari (che hanno contribuito a un notevole rafforzamento dell’industria bellica), l’amministrazione americana ha operato importanti scelte giuridiche che influenzeranno in modo decisivo il rapporto tra libertà e sicurezza nelle democrazie occidentali.

Si decide in primo luogo che la giustizia non è idonea a far fronte alla minaccia del terrorismo. Siamo in guerra, dice Bush, ma si tratta di una guerra asimmetrica e pertanto, sostiene, le Convenzioni di Ginevra che disciplinano il diritto della guerra non sono applicabili.

 

Poche settimane dopo l’11 settembre, gli Stati Uniti invocano il principio di mutua assistenza tra gli stati della NATO e concludono accordi segreti con gli alleati, poi estesi a numerosi altri paesi. La direzione delle operazioni è affidata alla CIA: essa può operare in tutti questi paesi e ai suoi agenti è (illegalmente) riconosciuta la piena immunità. La CIA è in particolare incaricata di eseguire le Extraordinary Renditions. L’Europa democratica ha così collaborato, con modalità diverse, al sequestro di persone su semplice indicazione della CIA, al loro trasporto e alla loro detenzione a Guantanamo, in carceri segrete ospitate sul proprio territorio (in particolare in Polonia, Romania e Lituania) o alla loro consegna a paesi che notoriamente praticano le forme più orribili della tortura.

 

Governi di destra e di sinistra hanno poi fatto di tutto per ostacolare quelle autorità giudiziarie – poche invero – che hanno tentato di far luce su queste attività criminose. I governi hanno rifiutato di azionare i meccanismi di assistenza giudiziaria internazionale invocando sistematicamente il segreto di stato sia nei confronti dei giudici che del parlamento. In Italia, da Prodi a Renzi, tutti hanno invocato il segreto di Stato per nascondere attività illecite di agenti dei propri servizi. Anche l’ONU è venuta meno ai suoi principii, allestendo, su richiesta degli Stati Uniti, delle liste nere di persone sospettate (sospetti, non prove) di aiutare il terrorismo, un meccanismo che offende il senso più elementare di giustizia e decreta, di fatto, la morte civile (blocco di tutti i beni e divieto di lasciare il paese) di chi è colpito da tali provvedimenti: all’interessato non sono nemmeno riconosciuti mezzi di ricorso di cui gode qualsiasi serial killer.

A tutti i livelli si fa passare così la convinzione che la sicurezza dei cittadini esiga rinunce e sacrifici nell’ambito delle libertà individuali e democratiche.

Ciò avviene con la complicità di ampie frange delle forze politiche e dell’opinione pubblica stessa, adeguatamente condizionata in tal senso. Il cittadino sembra essere d’accordo di rinunciare alla protezione della sua privacy, convinto che ciò contribuisca alla propria sicurezza, tanto lui non ha nulla da rimproverarsi. La Gran Bretagna si è appena dotata, in un clima di quasi totale indifferenza, di una legge di sorveglianza delle comunicazioni private che, com’è stato detto, farebbe invidia anche alle peggiori dittature.

 

Non molto diversa la legge svizzera approvata recentemente dal popolo. Le ultime rivelazioni hanno peraltro dimostrato come questi strumenti siano utilizzati non solo per spiare privati cittadini, ma anche diplomatici, capi di stato e aziende di paesi alleati. Sotto la copertura di lotta al terrorismo siamo pertanto nell’ambito dello spionaggio diplomatico e industriale e del controllo totale della cittadinanza.

 

La commissione senatoriale americana presieduta da Dianne Feinstein è giunta a conclusioni estremamente negative sul lavoro della CIA nell’ambito del suo lavoro di contrasto al terrorismo. Contrariamente a quanto aveva affermato il presidente Bush, i metodi d’interrogatorio della CIA, chiaramente designati come atti intollerabili di tortura, non hanno avuto alcun ruolo nel prevenire attentati. Non solo: la Feinstein ha accusato la CIA di aver spiato i computer della propria commissione durante il suo lavoro. L’uccisione di Bin Laden, inerme e disarmato, è stata addirittura definita come un atto di giustizia dal presidente Obama, già professore di diritto costituzionale: Justice has been done, esclamò esultante dinanzi alle telecamere. Bin Laden avrebbe potuto essere facilmente trasportato negli stati Uniti per essere processato, ipotesi invero mai presa in considerazione. In realtà, oggi ancora non vi sono elementi probatori seri della sua partecipazione agli attentati dell’11 settembre. Quello che è però certo sono i suoi contatti imbarazzanti e le sue collaborazioni con la CIA quando si trattava di combattere i Sovietici in Afghanistan.

 

Per contrastare efficacemente il terrorismo, occorre conoscere bene gli autori, la loro storia, le loro motivazioni, i loro punti di forza, le loro debolezze. Occorre raccogliere questi dati e analizzarli con oggettività, freddezza e senza giudizi morali. Non già per cercare giustificazioni ma per capire quali sono gli elementi scatenanti e quali invece hanno un effetto inibitore su questi atti di violenza. Si tratta poi di identificare una strategia atta a diminuire, eventualmente eliminare la minaccia.

Non è allora possibile trascurare la storia e le azioni delle potenze occidentali in Medio Oriente.

È una storia vecchia, certo, ma l’umiliazione di un popolo implica sempre un prezzo molto alto; umiliazione e risentimento poco si attenuano con il tempo se non vi sono atti di vera giustizia.

La ripartizione totalmente arbitraria e senza alcun coinvolgimento delle popolazioni locali delle zone d’influenza tra Francia e Gran Bretagna dopo la caduta dell’impero ottomano rimane una ferita mai rimarginata. Ingiustizia e umiliazione per i Palestinesi, una vicenda irrisolta, nonostante decine di risoluzioni dell’Assemblea delle Nazioni Unite, mai rispettate dallo Stato di Israele, sempre sostenuto dagli Occidentali.

Un risentimento ora esacerbato dalla guerra contro l’Iraq, guerra devastante scatenata sulla base di comprovate menzogne, un intervento che ha provocato un movimento di resistenza contro una guerra illegittima.

 

Questo approccio fondato sulla ricerca e l’analisi delle cause, un lavoro di intelligence strategico, oggi manca completamente. Finora si è privilegiato il meccanismo di azione–reazione accompagnato dalla retorica militare che non ha fatto altro che aggravare notevolmente la minaccia. Il ricorso a mezzi chiaramente illegali, la rinuncia a valori fondamentali delle nostre democrazie, il provocare guerre e invasioni sulla base di menzogne sono tutti elementi che rafforzano la determinazione di chi ci attacca, anzi, conferisce loro una legittimità, la legittimità di combattere un sistema che non rispetta nemmeno i propri principi e i propri valori. Ineluttabilità del terrorismo islamico, scontro tra civiltà, guerre di religione, volontà di annientarci, sono questi gli argomenti fatti valere da governi, per lo più deboli e in cerca disperata di popolarità, per giustificare azioni militari e restrizioni delle libertà.

 

La realtà è più complessa e un’analisi fredda e oggettiva della concatenazione dei fatti nonché una lettura attenta degli scritti dei jihadisti ci permetterebbero di meglio capire certe dinamiche e di approntare strategie efficaci. Le scelte degli obiettivi per gli attentati non sono casuali e sono sempre giustificati – ciò non significa giustificabili – da azioni precedenti commesse da Stati occidentali. La tragedia siriana messa con una certa disinvoltura esclusivamente sul conto di Al Assad è ben più complessa di quanto ce la raccontano i nostri media.

Da anni vi sono piani per rovesciare il governo Assad e questo non già per scrupoli morali e democratici. Israele e gli Occidentali, con la complicità dell’Arabia Saudita e degli Emirati, vogliono spezzare la cintura territoriale sciita tra l’Iran e l’Hezbollah libanese. Si sono cosi armati movimenti della sedicente opposizione siriana moderata che si sono poi rivelati essere estremisti islamisti. Da dove vengono, infatti, gli armamenti pesanti e i mezzi ingenti a disposizione dello Stato islamico? L’Arabia Saudita e il Qatar hanno avuto un ruolo torbido in questa vicenda. Eppure sono corteggiati dagli Occidentali perché sono ottimi clienti delle loro industrie di armamento e grossi investitori in settori industriali spesso in crisi.

 

Non è dunque vero che tutto inizia l’11 settembre. Se ci impegnassimo a leggere quanto scrivono gli islamisti (sono criminali ma non pazzi) capiremmo che l’attacco al cuore degli Stati Uniti è nato proprio dopo una tragedia, un crimine di guerra ordinato dalla Casa Bianca. Si tratta del bombardamento di Al Shifa in Sudan, uno stabilimento farmaceutico che produceva soprattutto antimalarici. Stando alle giustificazioni addotte per il bombardamento, l’impianto serviva alla produzione di gas nervino, accuse mai provate e smentite anche da autorevoli fonti americane. L’ambasciatore germanico ha affermato che tale bombardamento ha causato un’acuta mancanza di medicamenti per una buona parte della popolazione sudanese, in particolare bambini, provocando così migliaia di morti.

Una vicenda che pochi vogliono ricordare per evitare forse di rivelare le vere ragioni di questa tragedia. Il bombardamento di Al-Shifa ebbe luogo il 20 agosto 1998, ossia tre giorni dopo la seduta del Grand Jury dinanzi al quale Clinton dovette pubblicamente ammettere di avere avuto una relazione fisica impropria con Monika Lewinsky, fatto che aveva precedentemente sempre negato. Un’umiliazione che per un soffio non gli costò l’impeachment. L’asserita esistenza di gas nervino e l’orrore che suscita si prestavano bene per una manovra di diversione e per spronare il proprio indice di popolarità in caduta libera.

 

Le bombe islamiste sono altrettanto atroci di quelle sganciate dai bombardieri e dai droni occidentali che non esitano a colpire un gruppo di persone, considerate semplici danni collaterali, per eliminare un individuo considerato terrorista sulla base di un algoritmo o per perseguire scopi che con la lotta al terrorismo nulla hanno a che fare. L’azione contro il terrorismo islamico ha causato molte vittime innocenti, ma anche avuto e continua ad avere conseguenze devastanti per i valori che sono alla base delle democrazie occidentali.

Menzogne, manipolazione dell’opinione pubblica, atti di guerra illegali, violazione sistematica dei diritti fondamentali del cittadino, ricorso alla tortura, il cui divieto assoluto costituisce uno dei grandi principi del diritto internazionale e della nostra stessa civiltà, hanno caratterizzato la reazione contro il terrorismo dopo l’11 settembre. Come non vedere in questo quadro desolante una grave sconfitta del mondo occidentale? Tali scelte sono state operate dall’amministrazione americana che peraltro non ne ha fatto mistero, Obama compreso, che ha ordinato molte più uccisioni extragiudiziarie del suo predecessore. Scelte condivise o comunque accettate dagli stati europei, dalla maggioranza delle cerchie politiche – nel migliore dei casi queste sono state zitte – e da un’opinione pubblica convinta dell’ineluttabilità del terrorismo e della necessità di combatterlo con tutti i mezzi.

 

Scelte immorali e illegali, ma anche e soprattutto inefficaci; peggio: manifestamente controproducenti.

Ritenere che la democrazia e lo stato di diritto non siano in grado di far fronte alle minacce del terrorismo significa in realtà diventarne complice.