Fermare Erdogan per salvare l’umanità

di Comitato ticinese per la ricostruzione di Kobanê

 

Dopo due mesi di bombardamenti, la città siriana di Afrin è stata occupata dall’esercito turco di Erdogan e i suoi alleati islamisti. Le pur valorose milizie delle Unità di protezione popolari (Ypg) e le miliziane delle unità di difesa delle Donne (Ypj) del Rojava hanno dovuto fronteggiare uno scontro impari sprovvisti della necessaria copertura aerea, della tecnologia e delle armi sofisticate (come quelle fornite dalla «neutrale» Svizzera) di cui è ampiamente dotato l’esercito turco.

 

In questo contesto, Othman Sheikh Issa, portavoce delle milizie curde dell’Ypg della città di Afrin, spiega quali siano state le loro scelte strategiche: «Il nostro popolo negli ultimi 58 giorni ha mostrato una tenace resistenza contro il secondo esercito più potente della Nato. Abbiamo lavorato duramente per aiutare a trasferire i civili dalla città di Afrin ed evitare una catastrofe umanitaria. Da ora in poi utilizzeremo una nuova tattica. La turchia non ha vinto. Questa è la nostra terra, le nostre forze sono dappertutto ad Afrin e diventeranno il loro incubo. La resistenza continuerà finché non avremo liberato ogni area e il popolo sarà tornato nelle loro case. La resistenza è la nostra unica strada».

 

Dopo averle usate come fanteria contro le bande nere dello Stato islamico, le forze curde e dei popoli loro alleati nell’Esercito democratico siriano, sono state abbandonate a sè stesse da tutti quegli attori internazionali che da 8 anni alimentano la guerra in Siria. Russi e americani in primis hanno consentito all’aviazione turca di bombardare liberamente la regione di Afrin per meri cinici interessi geopolitici ed economici. Poco prima di concedere il via libera all’agressione turca, Putin aveva concluso un accordo per il passaggio di un gasdotto in Turchia nonché la vendita di armi e tecnologia militare per 2,5 miliardi di dollari.

 

Se purtroppo non sorprende il cinismo delle grandi potenze, a far particolarmente male, è stato il modo con cui i grandi media «occidentali» abbiano oscurato la guerra turca contro gli abitanti di Afrin. Poche righe relegate alle notiziette sulla cancellazione manu militare di un esperimento sociale rivoluzionario per quelle terre (e non solo) in atto da cinque anni nel Rojava.

 

Autogestione, laicità, rispetto delle differenze culturali o religiose, e soprattutto, un movimento di reale liberazione della donna, sono i tratti distintivi della rivoluzione nei tre cantoni del Rojava (Afrin, Cizre e Kobanê). Forse la censura mediatica non deve soprendere. Parlare di Afrin, del Rojava, avrebbe voluto dire parlare anche della rivoluzione sociale in corso in quelle terre. Eppure, e ne siamo certi, un’opinione pubblica informata non avrebbe esitato un momento a schierarsi a favore del popolo curdo e delle popolazioni locali coinvolte nel processo rivoluzionario del Rojava opposte all’oscurantismo dittatoriale dell’ambizioso neo sultano Erdogan.

 

Un’opinione pubblica che avrebbe costretto i politici europei ad agire fermamente contro il dittatore Erdogan, invece di quell’inutile e ipocrita risoluzione del parlamento europeo approvata il giorno stesso in cui le truppe turche entravano ad Afrin dopo 60 giorni di guerra.

 

L’identico discorso vale per la Svizzera, dove stampa e autorità federali dimostrano particolare attivismo nel condannare in una visione unilaterale quanto avviene in Venezuela, mentre sono state completamente silente sul massacro di Afrin. A dimostrazione dell’empatia dei cittadini svizzeri nei confronti del Rojava, vi è la grande generosità con cui la popolazione elvetica ha risposto alla raccolta fondi per la realizzazione di una scuola promossa dal Comitato ticinese della ricostruzione a Kobanê. Un edificio scolastico la cui costruzione è ormai terminata, ma su cui pesano come macigni le ultime minacce del sultano Erdogan: «dopo Afrin prenderemo anche Kobanê».

 

Oggi più che mai diventa fondamentale la mobilitazione popolare per fermare Erdogan. Il contributo di tutte e tutti i semplici cittadini sarà determinante nell’imminente futuro. Oltre a sostenere le mobilitazioni che seguiranno, è essenziale dimostrare il proprio dissenso boiccotando l’economia turca.

 

Il Comitato ticinese per la ricostruzione di Kobanê, la comunità curda residente in Ticino, al pari di quella siriaca, invitano tutti a non andare in vacanza in Turchia. Un primo gesto per non essere complici dell’assassino Erdogan e al contempo sostenere il progetto politico e sociale del Rojava. Altri seguiranno. Restate sintonizzati.

 

 

 

 

Quaderno 15 / aprile 2018

 

 

 

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