Il destino dell’Europa si deciderà in Ucraina?

di Yurii Colombo

 

I destini del Vecchio Continente potrebbero decidersi a Est. Lo scontro tra Ucraina e Russia è diventato l’epicentro della Guerra Fredda 2.0 che oppone la Russia di Vladimir Putin al mondo occidentale.

Il 2014 ha segnato un punto di svolta per l’Ucraina. Dopo la dichiarazione d’indipendenza del 1991, il paese slavo per lungo tempo ha cercato di restare in equilibrio tra l’aspirazione a entrare nell’Unione Europea e un’economia che manteneva forti legami con la Russia ereditati dall’Unione Sovietica.

 

La produzione bellica dei due paesi era rimasta ampiamente integrata, l’interscambio economico più che vivace mentre ancora oggi vivono e lavorano in Russia oltre 5 milioni di migranti ucraini.

 

Tali tendenze si coagulavano anche sotto il profilo geografico e etnico-linguistico: le regioni centro-occidentali attratte dal sogno con l’entrata nell’Unione Europea di ripetere il miracolo economico della Polonia (!) e quelle orientali con la loro industria pesante semi-decotta vicine a Mosca.

 

In questo senso l’esplosione del conflitto nel Donbass dopo la decisa virata di Kiev verso l’occidente con il movimento della Maidan e l’esautoramento del presidente in carica Janukovic, ha rappresentato l’evoluzione drammatica di una contraddizione che era sempre rimasta aperta. La questione della Crimea, lasciata aperta da Eltsin e dai governanti ucraini al momento della dissoluzione dell’URSS è diventata anch’essa motivo di conflitto tra i due paesi anche perché nella regione si trova il porto militare di Sebastopoli rimasto strategicamente sotto controllo della marina russa. La subitanea annessione della regione alla Russia nella primavera del 2014 ha provocato una forte reazione da parte della UE e degli USA, i quali hanno visto in questa decisione di Putin il risorgere di spinte imperiali.

 

La guerra nel Donbass, con la formazione delle due repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk acerrime nemiche del presidente ucraino Poroshenko che chiedono a gran voce l’integrazione nella Federazione Russa, ha rappresentato il corollario sanguinoso (oltre 10mila vittime) del braccio di ferro tra Mosca e Kiev. Nella sinistra internazionale spesso si è voluto vedere nel conflitto del Donbass una sorta di riedizione della guerra civile spagnola. Tale interpretazione è, nostro avviso, fuorviante.

 

Se è vero che il regime di Kiev ha operato un certo recupero del nazionalismo collaborazionista durante la Seconda guerra mondiale, altri fattori hanno giocato un ruolo determinante nell’esplosione del conflitto. Prima di tutto il difficile rapporto tra la regione del Donbass e il centro che rimanda con tutte le differenze del caso allo scontro tra Nord leghista e centralismo romano in Italia sul terreno fiscale e della distribuzione delle risorse. Non è un caso che per molto tempo furono oligarchi come Rinat Achmetov a spingere sulla regionalizzazione dell’Ucraina e sul separatismo.

 

A rendere la situazione ancora più ostica, la drammatica crisi del paese. L’Ucraina è, assieme alla Moldavia l’unico paese ex sovietico il cui Pil reale non è tornato ancora ai livelli della fine degli anni ‘80; il PIL pro capite nel 2017 è stato di 2194 dollari l’anno. La situazione sociale è catastrofica. La popolazione dal 1990 ad oggi è passata da 51 a 45 milioni, l’aspettativa di vita è di 71 anni, il 10% degli ucraini non raggiungono i 35 anni e il 25% non raggiunge i 60. Il tasso di inquinamento è altissimo, l’acqua la più sporca d’Europa. Ogni giorno muoiono sulle strade per incidenti automobilistici 20 persone. L’infezione da HIV risulta essere ancora una epidemia in Ucraina: l’1,63%, secondo la Banca Mondiale, della sua popolazione tra i 15 e i 49 anni è positiva al virus. Le ricette neoliberiste proposte dai soloni del FMI come Anders Aslund adottate dai governi sia filo-russi sia filo-occidentali prima e poi da Poroshenko oggi come la riforma delle pensioni e la chiusura di molte fabbriche “non profittevoli” hanno assunto i caratteri del genocidio di massa. E gli oltre 10 miliardi di dollari piovuti dall’Occidente dopo la rottura con Mosca sono finiti nel buco nero della corruzione di massa e nel parassitismo.

 

La politica criminale adottata dalle istituzioni occidentali in Ucraina non possono però far dimenticare le gravi responsabilità della Russia. L’aggressiva politica della NATO a Est ha reso sempre più diffidente Mosca, che ha reagito in modo scomposto al movimento della Maidan. Al posto di provare ad accompagnare una transizione “morbida” e di creare un partito filo-russo stabile e influente in Ucraina, nel 2014 ha difeso fino all’ultimo l’ormai squalificato Janukovic e ha realizzato quella che Putin chiama “la riunificazione” con la Crimea con metodi ben poco democratici, alimentando una russofobia sconosciuta in precedenza in Ucraina, persino ai tempi della collettivizzazione forzata dell’epoca staliniana.

 

La crisi russo-ucraina scoppiata 4 anni fa è lungi dall’essere in via di soluzione. Sulla Crimea la situazione è congelata. Il governo ucraino è rimasto fermo alla richiesta di “piena reintegrazione della regione nel territorio ucraino”, mentre la Russia ha proseguito l’assorbimento della penisola nella Federazione realizzando giganteschi investimenti nelle infrastrutture. La situazione nel Donbass è, se così si può dire, meno complicata. La firma degli accordi di pace di Minsk segnarono un punto di accordo su cui convergevano con una certa convinzione i paesi tutori degli accordi tra le parti in causa (Francia, Germania e Russia). Più volte si è arrivati a un passo negli ultimi due anni, sulla base dei colloqui Putin-Merkel, a una risoluzione ONU che conducesse all’invio di una forza di interposizione OSCE per garantire l’applicazione degli accordi di pace, ma tutte le volte è arrivato il secco no da parte degli Stati Uniti che invece stanno spingendo per il riarmo ucraino con la prospettiva di una ripresa in grande stile del conflitto nella regione.

 

Ed è indubbio che senza un nuovo tentativo di “reset” dei rapporti tra Russia e Usa renderanno inutile qualsiasi tentativo di giungere a una pace stabile. Una pace che servirebbe ai lavoratori ucraini per far abbassare la febbre nazionalista nel paese e riportare in primo piano i temi della crisi economica e della giustizia sociale. Negli ultimi mesi, in questo senso, piccoli significativi segnali sono venuti proprio dall’Ucraina orientale.

 

Dal marzo scorso le regioni orientali del paese stanno conoscendo i più grandi scioperi nella grande industria da un ventennio a questa parte. Tutto ha avuto inizio il 27 marzo scorso quando i lavoratori della ArcelorMittal di Kryvyi Rih sono entrati in sciopero chiedendo un aumento del salario medio a 1000 euro al mese, La manifestazione del primo maggio a Kryvyi Rih è stata l’occasione per mettere in contatto i lavoratori della ArcelorMittal con altri lavoratori della regione. Nel comizio finale, un delegato ha invitato i lavoratori a non emigrare in Europa occidentale: “In ogni caso all’estero resteremo persone di seconda classe. È qui che dobbiamo combattere per dei giusti salari! I funzionari sindacali non devono passare il tempo al mare ma a difendere la gente e i diritti umani!” Nelle settimane successive anche i ferrovieri sono entrati in agitazione rivendicando aumenti salariali, la reintroduzione dei benefit d’epoca sovietica e la fornitura di nuove locomotive. L’agitazione dei ferrovieri iniziata a Kryvyi Rih si è poi allargata a Zaparoze, Dnepr, Poltava e Kiev. E all’inizio dell’estate hanno iniziato a mobilitarsi anche i minatori di 33 pozzi carboniferi concentrati nella zona centro-orientale del Paese che non ricevono il salario ormai da 6 mesi.

 

 

 

 

 

Quaderno 18 / Novembre 2018