Gilet gialli: le ragioni di un rivolta

di Damiano Bardelli

 

Nelle redazioni dei quotidiani e dei telegiornali di tutta Europa, nessuno ci capisce più niente. Ma i gilet gialli non erano mica brava gente? Le loro manifestazioni non erano solo qualcosa di folkloristico, un modo per occupare il tempo? Da dove arriva questa violenza? Chi li ha infiltrati? I casseurs? I disadattati delle banlieu? L’estrema destra? O l’estrema sinistra?

Perché non è possibile che delle brave persone che vogliono solo continuare a pagare lo stesso prezzo sulla benzina ricorrano a tanta violenza… A proposito, perché i gilet gialli non se ne tornano da bravi a casa loro adesso che il nostro Messia, Emmanuel, ha deciso di rimandare di sei mesi l’introduzione della tassa sulla benzina?

 

 

I giornalisti, un tempo fieri lacchè di Macron, sono ora in preda allo stupore più assoluto. Non sanno più da che parte voltarsi. Girano in tondo, con lo sguardo perso nel vuoto, chiedendosi cosa sia potuto andare storto. Ma come? Non vivevamo forse nel miglior sistema possibile, dove il benessere è alla portata di tutti? Non eravamo governati da persone moderate e istruite, né di destra né di sinistra, le più adatte al loro ruolo? Perché quindi tutta questa violenza gratuita, ingiustificata, mostruosa?

 

Chi ha partecipato alle manifestazioni dei gilets jaunes – donne e uomini comuni, di tutte le età e di tutte le etnie, delle classi popolari e soprattutto del ceto medio – sa che la violenza è scoppiata raramente. E sa anche che i telegiornali, ancora una volta, approfittano del loro potere di persuasione per mandare in onda solo immagini di violenza, di vetrine di gioiellerie spaccate, di macchine di lusso bruciate. Mentre al contempo oscurano le immagini delle violenze – quelle sì, ingiustificate – della polizia. Immagini che non possono essere nascoste nell’era di internet e degli smartphone: dalla vecchina che, china sul suo bastone e intenta ad asciugarsi il sangue che le cola dalla testa, viene spruzzata in volto, a distanza ravvicinata, con lo spray al pepe da un gruppo di poliziotti

https://twitter.com/albeauvaischiva/status/1066810970532716552

al pensionato preso a manganellate da quattro (!) agenti di polizia in tenuta antisommossa https://twitter.com/jeanhugon3/status/1066357250707648512 passando per i liceali rastrellati nel cortile di una scuola da un gruppo di poliziotti ben più numerosi di loro che gli scatenano contro i loro cani e li inondano di liquido urticante

https://twitter.com/BSolist/status/1069953039086379008 (chi ha il coraggio, si faccia un giro sul sito che raccoglie decine di video e centinaia di testimonianze delle violenze disumane esercitate dalla polizia sui gilet gialli: https://lundi.am/Violences-policieres).

 

L’unico morto di cui si dà notizia sarebbe stato causato da un blocco dei gilet gialli. Non una parola sull’ottantenne uccisa da una granata lacrimogena sparata dalla polizia, all’interno della sua casa, a Marsiglia, mentre si sporgeva per chiudere una finestra (notizia ripresa invece dai quotidiani, che però si sono affrettati a edulcorare il messaggio, evitando di menzionare la polizia nei titoli e in alcuni casi affermando che la pensionata è deceduta dopo essere stata “toccata” (!) da una granata).

 

Non si può negare che anche da parte dei gilet gialli ci siano state violenze. Ma si tratta di violenze che sono lungi dall’essere gratuite e ingiustificate, e che non sono dettate solo dalla frustrazione per le violenze della polizia o per la copertura mediatica faziosa. No, è una violenza che viene da un malessere molto più profondo, di gran lunga antecedente ai fatti di questi giorni. Un malessere che travalica la questione della tassa sulla benzina. Già, perché la decisione di introdurre una tassa anti-sociale sul CO2 non è stata la ragione della protesta. È stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

 

La protesta non è più – o meglio, non è mai stata – sul prezzo della benzina. La protesta è contro l’abbassamento del potere d’acquisto, contro il peggioramento delle condizioni di vita, contro la precarizzazione del mondo del lavoro, contro le riforme che trasformano la scuola in azienda, contro la completa liberalizzazione dell’industria agroalimentare. Ma soprattutto contro le crescenti disuguaglianze. Contro il fatto che a noi viene chiesto di fare più sforzi, di versare lacrime e sangue, mentre quelli che se ne stanno in cima alla piramide sociale se la passano sempre meglio, con l’aiuto dei loro amici che siedono nelle stanze dei bottoni.

 

Ad essere scese in piazza sono persone qualunque, non politicizzate, che non hanno mai manifestato in vita loro. Persone che durante la settimana, un giorno dopo l’altro, si svegliano, salgono in macchina, vanno in ufficio o in azienda o dove lavorano, si fanno il culo, e poi tornano a casa. Il tutto per portare a casa una paga che non permette di far fronte all’aumento del costo della vita. E mentre noi persone comuni continuiamo a fare sacrifici (in Francia introducono tasse su beni di prima necessità, da noi ci aumentano senza sosta i premi di cassa malati), ai ricchi vengono abbassate le imposte (in Francia Macron toglie la tassa sulle grandi fortune, da noi i partiti di governo – PS incluso – varano nuove riforme fiscali).

 

Mentre la pressione dal basso sale, le élite cominciano ad agitarsi. Già, perché sanno di essere in pochi e di regnare su di noi, una moltitudine infinita di persone comuni. Spesso ce lo dimentichiamo, ma eventi come questo ci ricordano che siamo molti, moltissimi, mentre loro sono pochi, per quanto ben equipaggiati, sia sul piano simbolico che su quello materiale. In Francia la situazione potrebbe presto diventare davvero drammatica, perché lo stesso vice-ministro dell’interno ha riconosciuto che non si possono mandare più poliziotti a Parigi, perché tutta la Francia è in tumulto. E siamo solo all’inizio: liceali, studenti, conducenti di ambulanze e agricoltori si sono già uniti alla protesta, e tanti altri ancora lo faranno nei prossimi giorni. Non siamo di fronte a un “movimento sociale”: quella dei gilet gialli è una rivolta.

 

Che soluzione rimane? L’esercito? Il bamboccio esaltato che siede all’Eliseo ne sarebbe perfettamente capace. D’altronde non usa già contro la sua stessa popolazione delle granate che sono delle armi di guerra, e non ha forse fatto mettere dei cecchini armati con fucili di precisione su alcuni immobili parigini, un’immagine impressionante offerta sorprendentemente da Le Monde, che forse sta cominciando a considerare la possibilità di scaricare il suo pupillo prima che sia troppo tardi?

 

Il potere rappresentato da Macron è mal sopportato perché si è metodicamente reso detestabile. Paga una fattura accumulata nel tempo, di cui è stato il principale responsabile. Non gli resta che l’opzione della repressione violenta, magari persino la deriva militare. Ma l’unica cosa che merita è di crollare, di essere strappato dal piedestallo su cui si è issato.

 

 

E da noi? Anche in Ticino la misura è colma, ormai da parecchio tempo. Il peggior governo della storia ticinese sta per portare a termine il proprio mandato, e i partiti che lo compongono cosa fanno? Presentano delle liste di accompagnamento per gli uscenti, obbligandoci così a sorbirci altri quattro anni di schifo indicibile. Pronti per un altro quadriennio di permessi facili, rimborsi allegri, casi alla Argo 1, riciclaggio di denaro nella Fashion Valley e nuove riforme “fiscali-sociali”? O i gilet gialli invaderanno finalmente piazza Governo?