Trump riscatena la guerra fredda: speriamo non vada oltre!

di Franco Cavalli

 

La recente uscita degli Stati Uniti dall’accordo internazionale per la limitazione delle armi nucleari è solo l’ultima delle tante decisioni e mosse unilaterali di Trump, che possono essere interpretate tecnicamente come un rilancio in grande stile della guerra fredda.

 

Quest’ultima sembrava conclusa con la caduta del muro di Berlino e la scomparsa del Patto di Varsavia. Si è però ben presto capito che le potenze occidentali, in particolare gli Stati Uniti, non avevano nessuna intenzione di sotterrare l’ascia di guerra. È così che la NATO, lungi dall’idea di sciogliersi vista la scomparsa del nemico sovietico, ha subito trovato dei nuovi nemici e delle nuove occupazioni: dalla guerra, assolutamente illegale, contro la Serbia, alla partecipazione alle criminali avventure statunitensi nel Medioriente, il cui risultato principale è poi stato la nascita dell’ISIS.

 

Forse ancora peggio, almeno per capire la situazione attuale, è stata però la decisione, mai resa esplicita ma ben presto diventata macroscopicamente evidente, di non attenersi per niente all’accordo che era stato concluso con Gorbaciov, in base al quale l’Unione Sovietica non si opponeva alla riunificazione tedesca, ma in cambio la NATO non si sarebbe spostata neanche di un palmo verso Est.

 

Quale sia la situazione oggi è evidente: le truppe della NATO sono ai confini della Russia e anche in Ucraina, contrariamente a quanto aveva deciso Obama, Trump sta ora rifornendo di armi un governo, che dopo essere nato con un colpo di stato gestito dalla CIA, è ora ampiamente controllato da forze di estrema destra, che non hanno mai voluto rispettare gli accordi dell’armistizio con il Donbass.

 

Trump ha quindi elevato all’ennesima potenza quella che era già stata la politica più o meno aggressiva dei suoi predecessori. Lo fa avantutto perché se è ancora al potere, nonostante i suoi disturbi caratteriali (per usare un’espressione gentile) lo deve in gran parte al sostegno incondizionato che riceve da due potenze economiche quali l’industria petrolifera e il complesso industriale-militare, quest’ultimo un vero stato nello stato.

 

 

Ma ora diventa anche sempre più chiaro che il vero nemico a cui punta l’amministrazione americana con questo rilancio della guerra fredda non è Putin, che guida un paese in forte decrescita demografica e sempre di più un gigante dai piedi d’argilla, ma bensì la Cina. Da quando è iniziata l’avventura afgana, gli Stati Uniti hanno impiantato basi militari tutt’attorno al gigante asiatico. Il dispiegamento delle forze armate americane in Estremo Oriente, non da ultimo spingendo il Giappone a riarmarsi, assomiglia ad un posizionamento strategico da cui potrebbe a ogni momento partire un attacco alla Cina.

 

Attualmente il confronto è molto duro sul piano economico: ma la storia ci insegna che spesso poi ciò sfocia in uno scontro bellico. L’aggressiva politica dei dazi scatenata da Trump contro la Cina non ha sicuramente come scopo principale il rientro di qualche migliaia di posti di lavoro dell’industria siderurgica negli stati (Ohio, Wisconsin, Pennsylvania) che lo hanno eletto, anche se questa è la giustificazione ideologica usata. Trump, e con lui tutto l’establishment economico, compresa la “democratica” Silicon Valley, temono invece che nel giro di quindici-venti anni la Cina si possa affermare come la prima potenza mondiale nel campo delle nuove tecnologie, grazie soprattutto agli investimenti colossali che sta facendo nel settore dell’intelligenza artificiale. Paradigmatica in questo senso è la crociata che Washington sta facendo contro in particolare Huawei, ed è così che va interpretato l’arresto, con una scusa qualsiasi, in Canada della figlia del fondatore di questo impero informatico.

 

Huawei sta mettendo a punto per prima la nuova tecnologia G5, e vuole diffonderla in buona parte del mondo, non da ultimo seguendo i giganteschi progetti della Nuova Via della Seta. Per impedire questi sviluppi, gli USA sono riusciti a convincere Nuova Zelanda, Canada, Australia e Polonia a non permettere a Huawei di partecipare a concorsi che verranno presto aperti per assegnare gli spazi riservati alle telecomunicazioni basate sulla tecnologia G5. Anche l’UE è sotto pressione degli Stati Uniti per sbarrare l’entrata nel nostro continente alla tecnologia cinese, che secondo tutti gli esperti costerebbe molto meno di quanto potrà essere prodotto dai monopoli occidentali.

 

Trump ha affidato le trattative con la Cina ad un noto estremista, Lichtenberger, che da sempre vorrebbe ridurre in polvere il gigante asiatico. Attualmente il ricatto statunitense sembra essere: se non volete che roviniamo la vostra industria a furia di dazi, lasciate perdere la sfida nel settore delle telecomunicazioni. Al momento Pechino sembra essere un po’ in difficoltà, ma è poco probabile che ceda. E a quel punto gli Stati Uniti potrebbero essere tentati dal ricorrere a quell’unico settore, nel quale hanno una supremazia quasi assoluta: le armi. Ed è questa la ragione principale per cui Trump ha deciso di pigiare sull’acceleratore in una nuova, folle, corsa al riarmo, decuplicando gli investimenti militari e ritirandosi da ogni trattato internazionale che possa in qualche modo limitare questo rilancio della guerra fredda.

 

La situazione sembra quindi più che pericolosa. Non per niente Noam Chomsky, che nelle sue analisi ha raramente sbagliato, ritiene da diverso tempo che l’organizzazione più pericolosa al mondo non sia sicuramente l’ISIS, ma il partito repubblicano, sotto la guida di Trump.

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