Europa: un sogno sospeso

di Graziano Pestoni

 

Tanti anni fa, da studenti, eravamo affascinati dal progetto europeo. La Svizzera ci pareva molto piccola. L’Europa permetteva di sopprimere progressivamente le frontiere con i Paesi vicini, una cosa che sembrava impossibile qualche tempo prima.

È vero, l’Europa non era l’internazionalismo. L’Africa, l’America Latina e tante altre zone che avrebbero meritato la nostra attenzione e la nostra solidarietà, erano escluse. Ma la vedevamo anche come un progetto aperto al mondo.

 

Per anni, anche come sindacato, abbiamo sostenuto tutto quanto produceva l’Europa. Abbiamo aderito, nel 1992, all’idea dello Spazio economico europeo (SEE). Sotto il titolo “Un SI per i nostri figli e per salvaguardare i posti di lavoro” avevamo scritto: “La CE accusa un grave ritardo in campo sociale. La Svizzera è però ancora più in ritardo, in particolare nei seguenti campi: orario di lavoro, diritti sociali, diritti di partecipazione, trasparenza nel diritto economico, lotta contro i monopoli, umanizzazione del mondo del lavoro, evasione fiscale.” Si voleva inoltre evitare i rischi dell’isolamento, non solo per la nostra economia. Le nostre Autorità ci avevano avvertito. Il futuro della Svizzera è nell’Europa.

 

Noi ci abbiamo creduto e, malgrado qualche preoccupazione, legittima credo, avevamo fiducia nel progetto europeo. Lo SEE fu però respinto in votazione popolare. Ne seguì l’epoca degli accordi bilaterali, centinaia. E, negli anni Duemila, gli accordi sulla libera circolazione delle persone, delle merci, dei servizi e dei capitali. Le famose quattro libertà. Noi fummo d’accordo.

 

Il sindacato chiese alle Autorità federali delle misure accompagnatorie per evitare che la libera circolazione delle persone potesse provocare fenomeni di dumping salariale. Avvicinarsi all’Europa sembrava un percorso naturale, positivo, progressista. Ne vedevamo un parallelo con il 1848, quando nacque la Svizzera moderna. Ci sarebbero stati problemi, come in ogni cambiamento, ma eravamo fiduciosi che una soluzione sarebbe stata trovata. L’Europa, allora, sembrava un bel sogno.

 

Poi, a poco a poco, ci si accorse che i problemi, contrariamente a quanto ci fu promesso, non venivano risolti. Né da noi, né nei paesi aderenti all’Unione europea. La concorrenza era diventata il pilastro fondamentale. Concorrenza tra tutti, anche tra lavoratori. La condizioni di lavoro peggiorarono. Le pensioni furono ridotte. I servizi pubblici privatizzati. Ci furono persino morti e feriti, per esempio nelle ferrovie britanniche. Era la conseguenza della scelta neoliberale effettuata dall’UE.

 

Questo clima non poteva non avere conseguenze anche sul nostro Paese. Grazie a una potente e intelligente campagna del mondo economico e finanziario, il nostro Parlamento, quasi all’unanimità, decise di trasformare quelle che erano le regie federali – ossia le poste, le ferrovie e le telecomunicazioni – in tante società anonime. L’Unione PTT e il SEV, rispettivamente il sindacato della posta e quello delle ferrovie, non soltanto non si opposero, ma addirittura accompagnarono il processo di privatizzazione. Bisognava essere moderni, non temere i cambiamenti, poi il privato è meglio. Questi erano gli argomenti. Questa la propaganda.

 

Presto apparvero i primi segnali, negativi, dei servizi pubblici privatizzati. La chiusura degli uffici postali è solo uno dei segnali più visibili. La puntualità dei treni è ormai un ricordo. Non è raro perfino dover viaggiare in piedi. Abbiamo già treni merci privati. Fra poco avremo anche quelli viaggiatori. Come nei Paesi dell’Unione europea. Le condizioni di lavoro del personale sono peggiorate. Licenziamenti, precarizzazione, lavoro su chiamata, riduzione di stipendi sono ormai le caratteristiche, nei servizi pubblici e nel privato. A guadagnarci ci sono solo i dirigenti, con stipendi milionari e, evidentemente, gli azionisti.

 

La libera circolazione delle persone sta creando crescenti problemi. Le misure accompagnatorie e le regole adottate dalle nostre Autorità non sono sufficienti. Laddove non esiste un contratto collettivo, un datore di lavoro può offrire qualsiasi stipendio. Non sono illegali nemmeno stipendi di 1500 franchi al mese, pure per persone molto qualificate, anche perché la Svizzera è sprovvista di un salario minimo legale. Un residente non può evidentemente vivere con un simile reddito. Il numero dei frontalieri è raddoppiato, tutti gli stipendi hanno subito pressioni verso il basso.

 

Lo scorso anno il Consiglio federale e l’UE hanno negoziato un “accordo quadro” che dovrebbe sostituire gli accordi bilaterali: dovrà essere sottoposto prima al parlamento e poi al popolo. Esso, se approvato, codificherebbe una serie di misure negative. I punti centrali sono cinque. Il primo sancisce la supremazia della libertà di impresa rispetto alle tutele dei lavoratori, riducendo tra l’altro, le possibilità di controllo del mercato del lavoro. Il secondo, favorisce il dumping salariale, soprattutto per i lavoratori “distaccati”, ossia quelli che prestano il loro lavoro per brevi periodi in un altro paese. Ad esempio, ad un lavoratore polacco in Svizzera sarebbero versati stipendi polacchi. Il terzo promuove la privatizzazione dei servizi pubblici. Il quarto decreta l’impossibilità di praticare una politica di sviluppo regionale. Il quinto, infine, obbliga la Svizzera a riprendere automaticamente le direttive della Commissione europea, perfino nei casi in cui fossero in contrasto con la Costituzione del nostro Paese. L’accordo quadro comporterebbe quindi anche un cambiamento sostanziale a livello delle nostre istituzioni democratiche. Decisioni che oggi sono prese a livello popolare, sarebbero delegate alla Commissione europea.

 

Anche in altri campi l’Europa ha deluso. Pensiamo alla politica di pace, un tema centrale che ha motivato la sua nascita. Certo, non ci sono più state guerre sul nostro continente. Ma molti paesi dell’UE hanno partecipato, e qualche volta promosso, molte guerre altrove, soltanto per favorire gli interessi finanziari delle loro grandi aziende.

 

L’UE, insomma, non è più un bel sogno. La politica praticata dall’UE sta quindi suscitando crescenti opposizioni e dissensi, dentro e fuori l’Unione europea. Infatti, l’UE, come abbiamo cercato di illustrare, non rappresenta un fattore di progresso per i popoli, né dell’Europa, né in altri continenti, bensì solo un potente strumento a disposizione dei gruppi finanziari per realizzare affari sempre più fruttuosi.

 

L’UE esalta tutte le libertà, con particolare rilievo la libertà economica, senza preoccuparsi, o preoccupandosi solo marginalmente, delle diseguaglianze che ne derivano. In queste condizioni, ogni avvicinamento a livello istituzionale, tra la Svizzera e l’UE, per esempio attraverso la sottoscrizione dell’accordo quadro, significherebbe solo ulteriori peggioramenti per i cittadini e i lavoratori.

 

In attesa che le forze di progresso, all’interno dell’UE, presto o tardi, siano in grado di imporre una diversa politica, a nostro giudizio il sogno europeo deve essere sospeso.

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