Il mio viaggio con Nanni Balestrini

di Giairo Daghini

 

Ho incontrato Nanni Balestrini agli inizi degli anni Sessanta quando con lo scritto “Linguaggio e opposizione” egli opponeva al comune linguaggio convenzionale quello magmatico del parlato fatto di ritmi inconsueti, di grovigli, di immagini spropositate come il luogo di straordinarie apparizioni di fatti e di pensieri, di nuove cose che venivano in superficie.

“Da qui - diceva - si fa strada l’idea di una poesia più vicina all’articolarsi dell’emozione e del pensiero in linguaggio”. Era la scoperta di una poetica che voleva uscire dalla “palude della sintassi” negli anni in cui la sperimentazione nelle arti e nel pensiero filosofico, nella critica della politica e del lavoro, nei progetti di movimento e di agire sociale si sconnettevano dalle sintassi e dalle pratiche affermate.

 

L’ascolto di quelle emozioni e di quel linguaggio era anche la linea di comportamento di noi, dei “Quaderni Rossi” e di “Classe Operaia” che in quegli anni facevamo intervento ai cancelli delle fabbriche dove era arrivata una nuova generazione di lavoratori. Il nostro intervento di antagonismo a quel lavoro, a quello sfruttamento, a quelle forme di vita si incontrava con il suo “fare poesia come opposizione (…) al dogma e al conformismo che minaccia il nostro cammino, che solidifica le orme alle spalle, che ci avvinghia i piedi tentando di immobilizzarne i passi”.

 

Sono gli anni, per Balestrini, di “Come si agisce”, una composizione di quattro poemi il cui motivo ricorrente, nel flusso di accostamenti e di ritmi inconsueti, di associazioni libere e di strutture immaginifiche, comporta l’uscita del linguaggio dalla serialità della comunicazione. Ma comporta anche, con il poemetto “Lo sventramento della storia”, una presa di posizione teorica e politica contro ogni storicismo che affermi come immutabile il potere costituito, a cui Balestrini oppone la rottura perché “Un’altra storia è possibile (…) un’altra se noi vogliamo”.

 

Poi, dallo sperimentalismo delle avanguardie di Milano si passa alle avanguardie della Fiat di Torino. Nel 1969 c’è stato un movimento enorme nel mondo del lavoro, dell’industria, con forme di lotta radicale dentro la fabbrica, ma anche nel rapporto della fabbrica con la città. Uno degli epicentri era nell’insieme delle fabbriche Fiat. Ogni notte, in quel tempo, una Assemblea operai-studenti si teneva a Torino nell’ospedale delle Molinette occupato. Un posto e un’esperienza incredibili in cui l’universo della fabbrica veniva aperto, discusso, criticato dai quadri operai. Un’Agorà dove, nella presenza dei corpi dialoganti, prendono forma un linguaggio e un discorso politico sulla vita sganciata dalla produttività. Nanni a Torino raccoglie questo nuovo linguaggio nella voce comune di Alfonso, operaio della nuova generazione. Nel suo lavoro artistico, il poeta coglie l’energia che suscita quella voce comune e la porta nella forma unitaria di una scrittura. Il romanzo “Vogliamo tutto” nasce così, come linguaggio e scrittura di un’epica in diretta, di eventi che culminano in quel 3 di Luglio 1969 a Corso Traiano, quando uno sciopero di Mirafiori esce dalla fabbrica nella città e ricompone in un momento insurrezionale un’intera società. “Vogliamo tutto” diventa un testo simbolo della lotta operaia per un’altra vita nel lungo Sessantotto italiano.

 

Nelle lotte non c’è solo l’ascesa. “I tramonti succedono ai tramonti” scrive Balestrini in un poema. Il romanzo “Gli invisibili” è il racconto di un tramonto. Anche qui una voce sola, una voce comune, dice tutto d’un fiato le vicende di una generazione che, dopo aver creduto possibile un’altra vita, aver sognato il potere operaio e l’autonomia, dopo essersi rivoltata contro tutto, la scuola, la famiglia, i partiti politici, il “compromesso storico”, la noia, si ritrova in prigione, vittima di una repressione feroce a partire dagli Anni ‘70. Una generazione sequestrata, resa invisibile che grida da dentro il carcere la propria rabbia: “riprendevamo a pensare e a immaginare come potevamo vedere come potevamo farci vedere fuori da quel carcere che stava diventando un cimitero (…) e così nel mezzo della notte tutti insieme alla stessa ora cominciavamo a battere sulle sbarre coi mestoli di legno coi manici di scopa con gli sgabelli soprattutto con le pentole e i pentolini e scoppiava il finimondo”. Ma poi, dicono, quando i colpi finivano e tutto taceva “veniva una gran tristezza”. A quel punto hanno pensato alle fiaccolate. Con pezzi di lenzuoli legati stretti e imbevuti di olio accendevano torce che nel mezzo della notte venivano infilate nelle grate perché fossero viste dagli automobilisti dell’autostrada lontana, o forse da “un aeroplano che passa su in alto ma quelli volano altissimi lassù nel cielo nero silenzioso e non vedono niente”.

 

Questo segnerà il tempo della resistenza che segue a ogni tramonto. Per Balestrini resistenza significa invenzione che in primo luogo avviene nel linguaggio. Nascono così negli Anni ’70 e proseguiranno per due decenni “Le ballate della signorina Richmond”, una forma di poesia originale costruita su una figura singolare e avventurosa. “Appollaiata su un ramo apre/rapidamente le ali”, così viene presentata, sempre beffarda, appassionata, all’opposizione, pronta a piombare sugli eventi del sociale e della politica di quel tempo, pronta a insinuarsi in tutti gli anfratti. Straordinario anche il linguaggio costruito sul montaggio come tecnica di base e sull’uso di materiali e criteri della cronaca, del discorso diretto e colloquiale, di canzoni, giornali, giochi di parole, parodie, slogan, approfondimenti razionali sul rapporto tra intellettuali e potere, comicità fantasiosa e caustica, capacità di invettiva: e tutto con una felicità letteraria e di invenzione avventurosa cui questo linguaggio dà vita. 

Le ballate affrontano, per ondate successive, il tentativo di rispecchiare quel tempo incredibile tra il 1972 e il 1989, e oltre. Una poesia civile in cui Balestrini fa sulla società lo stesso lavoro che fa sul linguaggio, li toglie dal conformismo e dagli stereotipi dei comportamenti. Nel primo libro, la ballata X, fonde la contestazione della Prima alla Scala da parte dei circoli giovanili e il successivo processo degli arrestati con il convegno berlingueriano sull’austerità. L’XI è sulla contestazione del discorso di Lama alla Sapienza. In altre ballate l’ironia e il comico centrano gli Anni ’80 della corruzione. Nella XXXVII, La signorina Richmond per essere alla moda assiste alle migliori sfilate milanesi, queste ultime sono in realtà una serie di cose mal costruite, di espropri, di truffe statali, mafiose, imprenditoriali. Così anche nella ballata della piccola letteratura dei “telefoni bianchi”. E così anche nella XL, una meravigliosa ballata danzante, fra molte altre, dove su slittamenti e sostituzioni lessicali “La signorina Richmond” comincia ad averne abbastanza di tutti questi cani.

 

Nel mezzo di questa contro storia degli Anni ’70, piena di efferatezze, ma anche attraversata da invenzioni e rinnovamenti, Balestrini manda da Parigi, dove è esule, “Blackout”, un poema in quattro parti la cui idea originaria era sorta dal blackout di New York che il 13 Luglio 1977 aveva privato di luce e riempito di panico la metropoli per 25 ore. Balestrini pensava di utilizzare questo evento per un’azione drammatica, per un’opera-poesia con il musicista Demetrio Stratos. Durante la realizzazione, però, nel 1979 Balestrini viene incriminato nell’inchiesta del “7 Aprile” che colpisce Potere Operaio, mentre Demetrio Stratos muore di cancro al Memorial Hospital di New York. Era il 13 Aprile. Il progetto di opera-poesia cade. I materiali raccolti entrano in un grande montaggio con altre “interruzioni di luce” che coinvolgono il comportamento degli intellettuali, la condizione straniante del lavoro di fabbrica che perdura, il rito giudiziario vissuto come repressione, i sogni interrotti di una generazione, ma anche i moti collettivi di saccheggio del blackout in cui ogni forma di violenza si scatena con apparenza di libertà. “Blackout”, questo grande poema della luce che si spegne, segna negli Anni ’80 un intero periodo che volge al termine.

 

Dietro a un tramonto che scende c’è sempre una rivolta della vita. Il leitmotiv di Balestrini, da quando l’ho conosciuto, è stato sempre “Ma noi facciamone un’altra”, quello di ricominciare ogni volta da capo tornando al luogo da dove si è partiti. Come la rivoluzione. Come il linguaggio. Per farne un altro. Per farne un’altra.

 

Una delle grandi raccolte degli ultimi anni, “Caosmogonia” (2010), si conclude proprio con “Istruzioni preliminari”, una doppia sestina favolosa in cui si può sentire la forza di questo ricominciare non solo come resistenza, ma come invenzione continua creazione.

 

“la scrittura come un flusso non come un codice (…) la forma liberata dalla palude delle sintassi (…) contro l’abuso la convenzione lo svuotamento di senso non più dominanti e dominati ma forza contro forza (…) l’attacco va minuziosamente preparato secondo una prospettiva rivoluzionaria un altro mondo sta apparendo (…) si può sentirne lo strappo sonoro scorrere il sangue la nuova vita che arriva”.

 

Con la sua poesia, con la musica di Demetrio Stratos, con il nuovo linguaggio filosofico del marxismo e della fenomenologia, luoghi di comunanza e di parola che si rigenerano nel “noi”, ho praticato il viaggio di quegli anni.

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