Cosa conta davvero per te?

PIAZZA APERTA - Giulia Petralli, Giovani verdi

Nonostante siano stati in molti ad aver sperato che la pandemia da coronavirus permettesse di gettare le basi per un sistema più sociale e sostenibile, tutto sembra ripartire da dove siamo stati interrotti.

 

Il problema non sta però in quelle persone che si sono incartate in lunghe colonne per un panino da McDonald’s, ma nel fatto che non abbiamo sfruttato questo tempo per porci le giuste domande e accettare le dovute risposte.

 

Per farlo dobbiamo risalire a quando l’economia ha iniziato a infondere in ognuno di noi il mito della crescita infinita, servendosi di ciò che oggi chiamiamo Pil: un indice confuso per benessere — poiché misura il bene dell’economia e non delle persone — e un semplice numero che rincorriamo a discapito di ogni cosa. In mezzo secolo, la crescita del Pil si è trasformata in una necessità e nell’obiettivo di ogni politica, tant’è che chiedersi se altra crescita economica sia essenziale è diventato un vero suicidio politico.

 

Eppure, per inseguire la crescita, ci viene raccomandato di tagliare i servizi pubblici, accettare le disuguaglianze, lavorare più tempo e lasciare indisturbati quei settori creatori di “ricchezza”, ma distruttori di capitale naturale. Per farci credere che la crescita infinita sia possibile la contabilizziamo includendovi le peggiori cose: inquinamento, malattie e delinquenza; ma omettiamo ciò che stiamo sacrificando per ottenerla: tempo libero, salute, biodiversità, aria e acque pulite. La nostra stessa essenza.

 

Tuttavia, fu proprio il suo ideatore Simon Kuznets a metterci in guardia sul fatto che “gli obiettivi di maggiore crescita dovrebbero precisare maggiore crescita di cosa e per cosa”. Ecco la domanda che dobbiamo porci. Anzi, “cosa conta davvero per te?” è la domanda. Fu posta in Canada nel 2000, quando si organizzarono una serie di focus group con vari rappresentanti cittadini per capire cosa doveva includere un vero indice di benessere. Infatti, il Pil ci dice solo cosa è successo l’anno scorso, non che tipo di società vogliamo. La risposta? Si chiese un indice che considerasse l’ambiente, l’istruzione, il tempo libero, la cultura, il tenore di vita, ecc. Questo esercizio, oltre a far sentire i cittadini parte integrante delle politiche di un paese, rivelò che ciò che davvero conta non sono tanto gli obiettivi di crescita economica, ma di salute ambientale e sociale. Insomma, i canadesi chiesero di imboccare la strada del meglio, e abbandonare quella della quantità fine a sé stessa.

 

Chissà se una cosa simile possa essere organizzata anche da noi: è davvero importante iniziare a elaborare nuovi obiettivi e indicatori di benessere, che irrompano nella coscienza di ciascuno per soppiantare il mito della crescita infinita.