Medici e infermieri meritano più degli applausi

di Franco Cavalli

 

Un po’ dappertutto si sono ripetute le scene di persone che al balcone o alla finestra applaudivano infermieri e medici per ringraziarli di quanto hanno fatto e stanno facendo per occuparsi amorevolmente dei pazienti affetti da Coronavirus.

 

 

È sicuramente un segno di ringraziamento che ha fatto molto piacere a tanti professionisti. Il tutto è stato ben sintetizzato in un post apparso su Facebook: “Era ora che si capisse che un medico vale più di un calciatore ed un’infermiera più di una velina”.

 

E chi ha vissuto da vicino quanto è capitato nei nostri ospedali non può che ammirare l’abnegazione e il senso del dovere di questi professionisti della salute, che spesso hanno inanellato turni di 13 ore per una o più settimane di fila. I racconti dei pazienti dimessi sono unanimi nel sottolineare non solo la professionalità, ma soprattutto l’empatia dimostrata nei loro confronti.

 

Bisogna però andare ben al di là di questi riconoscimenti, soprattutto se vogliamo prepararci al futuro meglio di quanto non si sia stato fatto sin qui. Purtroppo quella che stiamo vivendo non sarà l’ultima pandemia.

 

Una prima constatazione lapalissiana: se l’Italia avesse precettato, come aveva tutto il diritto di fare, i suoi medici e le sue infermiere che lavorano in Ticino, avremmo avuto un disastro indescrivibile. E lo stesso discorso vale per il resto della Svizzera, se Francia e Germania avessero preso la stessa misura. C’è da sperare che finalmente anche i politici della maggioranza borghese se ne siano resi conto, dopo che nel passato avevano sempre fatto spallucce alle ripetute denunce dell’Associazione Svizzera delle Infermiere (ASI), che da tempo prevede la mancanza di decine di migliaia di infermiere in un prossimo futuro.

 

Per quanto riguarda i medici basta un semplice calcolo: il nostro paese necessita ogni anno di circa 2’500 nuovi medici e dalle nostre università ne escono solo 1’200 al massimo a causa del famigerato numero chiuso imposto già una ventina d’anni fa dal ferreo triumvirato UDC-Liberali-destra PPD. La ragione di questo numero chiuso è estremamente meschina: i cantoni (a cui appartengono le università) ci guadagnano moltissimo “importando” medici dall’estero, in quanto ogni nuovo laureato in medicina costa allo Stato tra i 750’000 e 1 milione di franchi. Facendo un rapido calcolo per il solo Ticino, ogni anno in questo modo rubiamo all’Italia medici per un valore perlomeno corrispondente a quello dei famigerati ristorni!

 

La mancanza di infermiere è dovuta in parte agli insufficienti investimenti nelle scuole che le formano, ma soprattutto alle cattive condizioni di lavoro (stress in continuo aumento, salario modesto), per cui entro 13-14 anni dall’inizio della loro attività lavorativa, più della metà delle infermiere ha ormai abbandonato la professione. Qualche anno fa un’iniziativa parlamentare aveva cercato di risolvere questa situazione: l’opposizione dei “soliti”, orchestrata allora da Ignazio Cassis, aveva fatto cadere il tutto.

 

L’ASI ha quindi lanciato l’iniziativa popolare “Per cure infermieristiche forti”, che ha raccolto in pochissimo tempo 125’000 firme e che ora è ora in discussione in Parlamento. Essendo nel gruppo strategico che aiuta l’ASI a portare avanti l’iniziativa, in dicembre ho assistito al dibattito in Consiglio Nazionale. Lorenzo Quadri, che giornalmente si scatena contro i frontalieri (categoria di cui fa parte il 40% degli infermieri in Ticino, soprattutto nel settore privato), ha bocciato l’iniziativa come “manovra sindacale”. L’UDC, da parte sua, non voleva neanche entrare in materia sul controprogetto che cerca di realizzare almeno una piccola parte del contenuto dell’iniziativa. In febbraio, la Commissione del Consiglio degli Stati, sempre sotto l’influenza del triumvirato UDC-Liberali-destra PPD, ha ulteriormente peggiorato il già modesto controprogetto. 

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