«I ricercatori cubani ottimisti per il vaccino anti-coronavirus»

intervista a Franco Cavalli*

 

Tra i vaccini in fase di sperimentazione per contrastare il virus SARS-CoV-2 c’è anche quello sviluppato dall’Istituto Finlay dell’Avana. Cuba sta vivendo mesi molto duri: non tanto per la diffusione del virus, che è sotto controllo e che è assai meno estesa che altrove, quanto piuttosto per le enormi difficoltà economiche causate dallo stop al turismo, fonte importantissima di entrate per il Paese caraibico.

 

 

Il presidente della Repubblica Miguel Díaz-Canel e il primo ministro Manuel Marrero Cruz hanno imposto una linea di condotta molto restrittiva. Il sistema sanitario cubano è uno dei più sviluppati tra i Paesi lantinoamericani. Anche la ricerca lo è. Il dottor Franco Cavalli fa parte di mediCuba Europa, la rete di associazioni e organizzazioni non governative di tredici Paesi europei che collaborano con Cuba in ambito sanitario affinché le cure siano accessibili a tutti senza oneri diretti. Cavalli ha realizzato numerosi progetti sanitari e ospedalieri a Cuba. È da poco rientrato dall’Avana dove si è recato proprio per collaborare allo sviluppo del vaccino anti-COVID-19. Lo abbiamo intervistato.

 

 

* di Fabio Pontiggia

 

 

Dottor Cavalli, può sorprendere che un Paese come Cuba sia sulla buona strada per lo sviluppo di un vaccino in tempi così rapidi. In realtà Cuba non è nuova a risultati di questo genere. Da dove viene questa capacità?

 

«I circoli scientifici internazionali, compresi quelli statunitensi, riconoscono l’alta qualità della ricerca biomedica cubana. In questo settore esistono anche collaborazioni con diversi centri accademici svizzeri. Proprio in questi giorni sta rientrando a Cuba un giovane ricercatore cubano, che è stato per un anno e mezzo a Bellinzona allo IOR: raramente abbiamo avuto un dottorando così brillante. Cuba ha sempre investito moltissimo nella ricerca biomedica, anche durante gli anni molto duri del “periodo especial”, la crisi economica tremenda generata agli inizi degli anni Novanta dalla scomparsa dell’Unione Sovietica. Cuba ha una lunga esperienza nel settore dei vaccini: è lì che si è prodotto per esempio il primo vaccino contro il meningococco. L’Istituto Finlay, dedicato esclusivamente ai vaccini, è uno dei 32 istituti che compongono il polo scientifico dell’Avana (BioCubaFarma), dove lavorano più di 20.000 persone».

 

Veniamo al SARS-CoV-2. Quale vaccino è in fase di sviluppo a Cuba?

 

«Cuba sta sviluppando alcuni vaccini contro il SARS-CoV-2, di cui uno (Soberana 1) è già in valutazione clinica, l’altro (Soberana 2) dovrebbe essere iniettato ai primi probandi nei prossimi giorni. Il principio è quello di stimolare le resistenze immunologiche grazie alla somministrazione di una piccola parte degli spikes (aculei) del virus, quella parte che funziona da “chiave” che fa entrare il virus nella “serratura” (recettore) della cellula. In Soberana 2 la risposta da parte dell’armamentario immunologico umano viene ulteriormente stimolata dall’aggiunta di un potenziatore».

 

Le eventuali mutazioni del virus sono un problema o un rischio effettivo?

 

«Il problema esiste per tutti i vaccini contro i coronavirus, che hanno una certa tendenza alle mutazioni. È però probabile che questa sotto-unità degli spikes, essendo confinante con il recettore cellulare, sia meno soggetta a mutazioni di altre parti del virus».

 

A che punto è la sperimentazione? Ci sono già risultati indicativi sull’efficacia?

 

«Soberana 1 ha finito la fase 1, cioè quella nella quale si valuta la presenza di eventuali tossicità: sono stati trattati probandi in due gruppi separati, uno al di sotto, uno al di sopra dei 60 anni. Dai dati sin qui raccolti non sembrerebbero esistere problemi particolari di tossicità. La fase 2, nella quale si misura l’efficacia soprattutto a livello delle risposte cellulari e degli anticorpi, è in corso. Hanno già raccolto dati su circa 150 probandi, anche se proprio nei giorni della mia presenza sull’isola stavano ampliando di molto il campione. I cubani sperano di poter iniziare la fase 3, nella quale saranno paragonati probandi che sono stati vaccinati con un numero equivalente di persone non vaccinate, verso la fine dell’anno».

 

Come e da chi è finanziata la ricerca e lo sviluppo del vaccino?

 

«A Cuba tutto il sistema sanitario, ma anche quello di ricerca, è sostanzialmente finanziato solo dallo Stato. Questo non significa che non possono esserci però degli aiuti che arrivano dall’esterno. L’Istituto Finlay per esempio ha un accordo di collaborazione che assicura un finanziamento importante con l’agenzia di aiuto allo sviluppo francese. Non so però se i fondi di questo accordo siano coinvolti in questo progetto».

 

Fase 3 non ancora avviata significa che i tempi sono più lunghi rispetto ad altri vaccini. Potrebbe essere un problema per Cuba? Quando la popolazione potrà essere vaccinata?

 

«I cubani sperano di finire la fase 3 entro marzo e di disporre del vaccino per la popolazione dell’isola per l’inizio dell’estate. Non so però se riusciranno a mantenere questa tabella di marcia. Difatti potrebbero essere, ironia della sorte, vittime del loro successo. La pandemia è ottimamente controllata sull’isola: quand’ero lì erano preoccupati perché c’erano 30-40 casi positivi al giorno e di persone ne testano almeno 8-9.000 quotidianamente. L’assenza di molti casi potrebbe pertanto prolungare i tempi necessari per la fase 3: non per niente molte ditte farmaceutiche stanno facendo i loro studi in Messico o in Brasile, dove ci sono tantissimi contagi. Non escludo quindi che ad un dato momento Cuba debba magari allargare la sperimentazione a qualche altro Stato latino-americano».

 

C’è ottimismo? È un vaccino affidabile?

 

«È un po’ troppo presto per poter valutare l’affidabilità in modo sicuro. I ricercatori cubani sono molto ottimisti ed anche i rappresentanti dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), con cui ho potuto parlare sul posto e che avevano avuto contatti anche con specialisti a livello internazionale, si dicono ottimisti. Anche se il vaccino cubano arriverà dopo altri, potrebbe avere vantaggi per quanto riguarda il costo, ma soprattutto essere logisticamente più semplice. Il vaccino annunciato la settimana scorsa per esempio dalla Pfizer richiede di essere immagazzinato a temperature molto basse, ciò che renderà il suo uso difficile in buona parte del mondo. Dai primi dati, quello cubano sembrerebbe invece di poter essere stabile anche a temperature di qualche grado al di sopra dello zero».

 

Si pone il problema della scelta tra obbligo e volontarietà. Quale strada ha scelto o sceglierà lo Stato cubano?

 

«In campo sanitario la volontarietà è un termine abbastanza sconosciuto a Cuba. Già ora c’è l’obbligatorietà della mascherina anche all’aperto: non ho visto neanche una persona che non la portasse. Tutta la struttura medica si basa sui medici di famiglia, a cui vengono affidate 800-1.000 persone, che devono visitare almeno due volte all’anno. Se queste non vanno dal medico, è il medico che deve andare a cercarle. Per cui, vista anche la gravissima crisi economica provocata a Cuba dalla pandemia, credo proprio che il vaccino sarà obbligatorio».

 

In quali termini la rete di mediCuba-Europa è stata coinvolta?

 

«MediCuba-Europa ha potuto aiutare, in parte anche sostenuta dall’aiuto svizzero all’estero, nella prima fase della pandemia Cuba per un totale di circa 600.000 euro, mandando materiale per la preparazione dei test, ma soprattutto 25 apparecchi per la ventilazione polmonare, una buona parte dei quali di produzione svizzera. Ora l’Istituto Finlay ci ha richiesto un aiuto di quasi mezzo milione di euro per l’acquisto di apparecchi, che loro hanno difficoltà a comperare anche per via del blocco statunitense, per poter misurare come si modificano dopo la vaccinazione le varie famiglie di globuli bianchi (linfociti) che producono gli anticorpi e che in parte aggrediscono anche direttamente il virus».

 

Avete avuto problemi?

 

«Di questi tempi con mediCuba sia in Svizzera sia negli altri Paesi europei stiamo raccogliendo molti fondi: la presenza delle missioni mediche cubane in diversi Paesi europei durante la pandemia, ma anche il tentativo di Trump di affamare Cuba approfittando della situazione, ha generato un’ondata di solidarietà con l’isola caraibica».

 

Resta la questione della produzione: Cuba ha pur sempre 11 milioni e mezzo di abitanti. Serve un apparato industriale non da poco in un Paese a economia quasi tutta statale. Come farà lo Stato a far quadrare il cerchio?

 

«Una delle caratteristiche degli istituti di ricerca cubani è di avere sotto lo stesso tetto sia laboratori di investigazione sia strutture di produzione industriale. Le esportazioni biotecnologiche rappresentano oggi una delle fonti principali di entrata per lo Stato cubano. Faccio uno dei molti esempi: tutto il mercato in America Latina dell’eritropoietina è coperto dal prodotto cubano. Non sono però sicuro che le capacità produttive cubane potrebbero essere sufficienti se questo vaccino o questi vaccini si imponessero veramente a livello internazionale. Siccome BioCubaFarma ha tre filiali in Cina, la mia impressione è che una buona parte della produzione potrebbe avvenire là».

 

Se però la fase 3 della sperimentazione non dovesse dare i risultati sperati, il regime socialista sarebbe aperto a importare altri vaccini? Dalla Cina in particolare?

 

«Penso che per intanto i cubani non vogliano pensarci o almeno non ne parlano. Se però così fosse, sono abbastanza sicuro che la scelta cadrebbe sul vaccino o sui vaccini cinesi proprio perché la collaborazione anche scientifica tra Cuba e la Cina sta diventando molto intensa».

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