Troppi contagi, troppi morti. Il lockdown è necessario

PIAZZA APERTA - USS Ticino e Moesa

Nel nostro cantone assistiamo a una rapida diffusione del virus con il conseguente quotidiano bollettino di nuovi decessi.

 

Durante l’estate il Consiglio federale e le principali organizzazioni economiche sembravano rassicurare tutti, come se il virus fosse scomparso. Il tema principale non era più la protezione della salute ma lo scongiurare ad ogni costo un nuovo lockdown. Dal mese di ottobre il brusco risveglio, con la ripresa delle ospedalizzazioni. Il discorso dominante puntava tutto sulla responsabilità individuale, guai a interferire di nuovo con le attività commerciali. La Svizzera è diventata così, nel corso di un paio di mesi, uno dei Paesi in Europa con la maggiore presenza del virus e con una proporzione inaccettabile di ricoveri e decessi.

 

I cantoni dell’arco lemanico hanno deciso in novembre di fermare per un mese, soprattutto bar, ristoranti e altri luoghi di assembramento. Il contagio è fortemente rallentato. In Ticino si è continuato a dire che si stava facendo molto ma in realtà si scaricava la responsabilità su Berna. I Sindacati chiedevano da tempo interventi decisi: una diminuzione delle attività economiche, per permettere una reale diminuzione della circolazione delle persone, una maggiore protezione sui posti di lavoro, con il coinvolgimento dei lavoratori stessi nella definizione dei protocolli da adottare, e nel loro controllo. Poco è stato fatto, dicendo che i luoghi di lavoro non sono veicolo di contagio, favorendo questa narrazione con il rifiuto di comunicare qualsiasi dato relativo alle realtà lavorative ma citando incessantemente soltanto nuclei familiari, ristoranti e discoteche.

 

A nessuno fa piacere ritrovarsi in una situazione simile a quella di marzo. Quando si chiudeva tutto. Il personale di cura sta provando ad aprire gli occhi alla politica. Infermieri e medici sono sotto pressione, così come tutto il sistema sanitario. In alcuni ospedali si rimandano a casa pazienti che necessitano di interventi per patologie tumorali, come riferito dai direttori degli ospedali zurighesi. I posti letto scarseggiano. Dalle strutture ospedaliere si segnala inoltre il rischio di dimissioni del personale ormai esausto. In Ticino sembriamo aver dimenticato che praticamente due ospedali si dedicano a pazienti Covid.

 

Paesi a tradizione liberale come la Germania e l’Olanda hanno optato per un lockdown drastico. L’unico metodo che ferma le pandemie. I dirigenti di questi Paesi affermano che ogni morto è un morto di troppo. Garantendo aiuti certi alle attività chiuse. Ogni imprenditore e ogni lavoratore è al corrente di quale sostegno riceverà. Da noi sembra ancora regnare il caos. Eppure siamo uno dei Paesi più ricchi al mondo. Ma non riusciamo a elaborare un vero e proprio piano di sostegno economico e sociale nazionale. Facendo ad esempio capo agli 80 miliardi di riserve immediatamente distribuibili della Banca nazionale svizzera (BNS). Denaro che dovrebbe servire per far fronte alla peggiore crisi degli ultimi cinquant’anni. I Sindacati sottolineano da tempo l’urgenza del pagamento dell'integralità dell'indennità per lavoro ridotto ai salari più bassi così come la copertura tramite ILR o IPG di tutte e tutti i lavoratori e lavoratrici salariati. Sostegno che deve valere anche per i titolari di SA e gli indipendenti.

 

Questo sostegno è necessario così come lo è un immediato lockdown perlomeno sul modello di quanto fatto dai cantoni Romandi in novembre. Bisogna fermarsi subito. Ci sono troppi contagi e ci sono troppi morti. E bisogna riaprire non quando lo decidono le lobby economiche ma solo quando lo permettono i dati epidemiologici.

 

Il Ticino ritrovi il coraggio che aveva dimostrato in marzo.