La Cina punta tutto sul mercato interno

di Simone Pieranni, corrispondente da Pechino

 

Crescita, moderata prosperità e tecnologia: sono le linee guida uscite dal recente Plenum, il quinto, del 19° Comitato centrale del Partito comunista. Lo sfondo è duplice: la nuova presidenza americana e il mondo in crisi a causa della pandemia. 

Secondo le stime del governo, tuttavia, nel 2020 l’economia cinese sarebbe sulla buona strada per raggiungere una crescita dal 2% al 3% – numeri che renderebbero la Cina l’unico grande paese al mondo a crescere nell’epoca della pandemia da Covid-19. Con questi dati alla mano il Quinto Plenum del Partito comunista ha elaborato il prossimo piano quinquennale (2021-2025) con un occhio già al 2035. Xi Jiinping, saldamente al vertice del Partito e del paese, ha così potuto inserire nelle dinamiche socio-economiche della Cina anche la sua teoria di «doppia circolazione», ovvero un nuovo processo di integrazione tra mercato estero e interno: fare crescere il mercato domestico e gli investimenti stranieri in consumi, tecnologia ed energia. Scopo: arrivare alla «moderata prosperità».

 

Non siamo di fronte a un cambio di rotta totale, perché è almeno dal 2008 che la Cina, complice la crisi internazionale, si concentra sul proprio mercato interno, sulla produzione di alta tecnologia e sulla transizione energetica. Ma complice lo scontro con gli Stati Uniti e una nuova crisi economica mondiale dovuta all’epidemia da Covid-19, Xi Jinping ha deciso di segnare questa seconda fase della sua presidenza preparando il paese alla possibilità del famoso «decoupling», ovvero il disaccoppiamento delle economie americana e cinese. Non si tratta di qualcosa che avverrà a breve, ma la Cina sembra voler farsi trovare preparata alla possibilità di una nuova elezione di Trump – nel frattempo scongiurata – o di un Biden continuatore dello scontro tra Washington e Pechino.

 

Mercato interno significa molte cose: potenziare la possibilità di spesa della popolazione e convertire parte della produzione per le esportazioni verso l’interno. Inoltre significa porre serie questioni circa la possibilità che il mercato interno sia a disposizione anche di aziende straniere, americane comprese. Infine c’è l’aspetto legato all’autarchia tecnologica, cioè produrre la «tecnologia di base» in Cina anziché andarla a comprare sui mercati internazionali, gravemente compromessi dallo scontro economico e geopolitico con gli Stati Uniti.

 

La concentrazione di Pechino sul mercato interno pone un primo grande interrogativo: di che mercato stiamo parlano? E quanto sarà utile o meno, ad esempio, all’Europa? Il Partito comunista, già prima del Plenum, aveva dato indicazioni rassicuranti al riguardo. Secondo Cai Fang, vicepresidente dell’Accademia cinese delle scienze sociali, «il nuovo modello di sviluppo della Cina a “doppia circolazione” non significa isolamento, ma piuttosto mira a un livello più elevato di apertura con un migliore utilizzo dei vantaggi comparativi del paese relativi alle catene del valore internazionale, agli sviluppi regionali e al mercato interno». Insomma apertura e sviluppo interno andrebbero a braccetto, nella speranza che tra il 2021 e il 2025 la crescita del PIL si possa attestare sul 4,5% (per il 2020 la dirigenza comunista ha deciso di non comunicare i numeri relativi alle aspettative di crescita).

 

Il modello di sviluppo duale significa, in sostanza, porre fine alla dipendenza della Cina dall’attuale sistema di produzione internazionale. La volontà di Xi Jinping è quella di ridurre gli impatti negativi dei mercati internazionali. Riguardo il mercato interno, le stime riportate dai media cinesi indicano che nei prossimi 10-15 anni, la quota del settore dei servizi alla produzione aumenterà del 20-30%. Inoltre, entro il 2035, si prevede che il consumo di servizi dei residenti urbani e rurali aumenterà di circa il 60%.

 

Sul fronte del mercato interno, però, si riscontrano alcuni problemi. Uno ha a che vedere con le «aziende zombie». Secondo rumors, anche lo stop all’Ipo «più grande del mondo» di Ant group a Shanghai e Hong Kong, avvenuta martedì 3 novembre da parte delle autorità finanziarie cinesi, sarebbe da leggere all’interno di un controllo più stretto sulle attività di prestiti dell’azienda di cui è proprietario Jack Ma.

 

Le «aziende zombie» preoccupano Pechino perché inserite in un quadro generale di indebitamento che costituisce una minaccia vera alla crescita cinese. L’allarme è arrivato quando si è scoperto che il China Evergrande Group, il secondo più grande gruppo immobiliare del paese, è fortemente indebitato. Per evitare un crollo sistemico nel più ampio sistema finanziario, le autorità di regolamentazione cinesi hanno recentemente introdotto nuove misure che inaspriscono le possibilità di accedere a prestito da parte di gruppi immobiliari. Ma dietro ai grandi gruppi c’è una giungla composta da migliaia di piccole e medie aziende in crisi.

 

Anche per questo motivo le mosse delle autorità bancarie non sembrano bastare: prima della pandemia alcuni istituti di credito di medie e piccole dimensioni non classificavano i prestiti scaduti da 90 giorni come inadempienti. Questo comportamento ha portato a perdite e bilanci truccati. La pandemia ha probabilmente esacerbato il problema della sottostima dei prestiti in sofferenza nelle banche cinesi più piccole.

 

Durante la prima metà del 2020, 2,3 milioni di aziende (il 6% di tutte le società in Cina) sono piombate nello spettro del fallimento; la maggior parte erano piccole e medie imprese private indebitate fino al collo. Queste aziende non rappresentano tutto il «mondo zombie», perché anche gli aiuti di Stato – voluti dal governo per mantenere un’occupazione stabile e garantire il sostentamento delle persone – hanno portato ad altri fallimenti. Con le nuove direttive economiche questo non potrà più succedere, perché oggi per il PCC mantenere i lavoratori in uno stato tale da poter partecipare alla spinta del mercato interno è una questione di sopravvivenza.

 

Per questo il governo cinese – come ha scritto la rivista economica Caixin di recente – «sta giustamente enfatizzando la protezione delle imprese e dei lavoratori. Un’ampia gamma di misure politiche rivolte alle piccole e micro imprese, tra cui il taglio e l’esenzione di determinate tasse e contributi previdenziali e la sospensione della riscossione degli interessi e dei pagamenti del capitale sui prestiti, ha efficacemente impedito che la disoccupazione continuasse a crescere».

 

Rispetto alla volontà di ampliare il mercato interno c’è poi un secondo problema, i lavoratori. Il tasso di disoccupazione urbano rilevato in Cina è sceso dal picco del 6,2% di febbraio al 5,6% di agosto. I dati sembrano però non tenere conto dei lavoratori migranti il cui tasso di disoccupazione sembra essere stato sottostimato. Si tratta di un numero creato dagli effetti della pandemia, perché vedrebbe coinvolti tutti quei lavoratori che dalle città sono tornati nelle campagne dopo aver perso il lavoro. E per chi è rimasto nelle città l’unica possibilità di avere un reddito, per quanto basso, è stata quella di trasformarsi in riders. Una massa di persone che difficilmente potrà foraggiare il mercato interno: oltre il 75% dei 65.000 corrieri per la consegna di pacchi – secondo un sondaggio di China Express – guadagnava meno di 5.000 yuan (747 dollari) al mese e la maggior parte di loro non ha alcun accesso al welfare. Più della metà degli intervistati ha anche affermato di lavorare almeno 10 ore al giorno e circa il 60% ha affermato di prendersi al massimo due giorni liberi ogni mese. Un altro rapporto del China Labour Bulletin ha descritto i tanti casi di mancati pagamenti avvenuti durante l’epidemia, dando anche conto di proteste organizzate dai lavoratori.

 

Il mancato accesso al welfare è il terzo problema della Cina di oggi e dipende principalmente dal sistema dell’hukou, un specie di permesso di residenza che aggancia i diritti sociali al luogo di provenienza: i lavoratori che arrivano nelle metropoli dalla campagna si ritrovano senza alcuna garanzia. Nel 2019 il sistema era stato leggermente ammorbidito all’interno del «Piano di urbanizzazione» lanciato dalla National Development and Reform Commission (NDRC). Con il piano la Cina allenterà i vincoli dell’hukou nelle città di piccole e medie dimensioni: le città con una popolazione compresa tra uno e tre milioni di abitanti dovranno eliminare tutte le restrizioni sulla registrazione delle famiglie, governate dal sistema hukou. Inoltre, le città con una popolazione compresa tra tre e cinque milioni dovrebbero allentare le restrizioni sui nuovi migranti. Si tratta di riforme e aggiustamenti che dovrebbero consentire a una parte di popolazione di rincorrere il sogno, quanto meno di avvicinarsi, di divenire classe media e aiutare il PCC a rendere centrale nella crescita cinese il mercato interno.

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