Senza lo Stato non ci sarebbe il vaccino

di Lorenzo Erroi

 

Ci diciamo sempre che l’industria farmaceutica svizzera è la migliore del mondo, che ormai certi marchi di medicinali sono sinonimo di "made in Switzerland" quasi quanto la cioccolata e le banche. Eppure durante questa pandemia tali giganti sono spesso rimasti al palo. Cos’è capitato? 

 

 

 Per Franco Cavalli, oncologo e co-fondatore del movimento anticapitalista ForumAlternativo, si tratta di problemi che vengono da lontano.

 

 

 

Professor Cavalli, sui Quaderni del Forum sostiene che “le capacità produttive nazionali dei vaccini sono state distrutte dalla politica neoliberista del nostro governo”. In che senso?

 

Fino a metà degli anni 90 in Svizzera c’era un istituto pubblico che si occupava di produrre vaccini. Era un ottimo laboratorio rinomato in tutto il mondo, che però nella corsa di quegli anni alla privatizzazione si decise di vendere. Il risultato: siccome la ricerca sui vaccini non era redditizia, l’istituto fu chiuso in pochi anni. Lo stesso destino toccò nel 2013 all’ultima fabbrica privata di vaccini in Svizzera, Berna Biotech: si era rivolta alla Confederazione per ricevere gli aiuti necessari a produrre sieri antinfluenzali in numero sufficiente per tutto il Paese, svolgendo pure ricerca immunologica innovativa anche contro i coronavirus. Il Consiglio federale negò il credito. In particolare, l’allora capo dell’Economia Johann Schneider Ammann rispose che sarebbe stato il mercato a risolvere tutto. Evidentemente non fu così.

 

Ma proprio il mercato è riuscito a destinare in tempo record le risorse necessarie allo sviluppo dei vaccini anti-Covid. O no?

 

È quello che a molti piace raccontare. Ma quei soldi vengono dai governi, sono investimenti pubblici, mentre le grandi case farmaceutiche hanno trascurato per decenni i vaccini, che non rendono ad esempio quanto gli antinfiammatori e gli antitumorali. Quando poi i governi si sono svegliati ecco che anche queste aziende si sono attivate, forti anche dell’enorme ricchezza accumulata che permette loro di tirare rapidamente a sé i pesci più piccoli, come ha fatto Pfizer con BioNTech. Quei ‘pesci’ sono laboratori e startup d’eccellenza che spesso sopravvivevano da anni grazie agli aiuti pubblici, senza i quali non avrebbero potuto attivare le loro ricerche, in particolare quelle sull’Rna messaggero. Senza lo Stato, insomma, questo vaccino i cui proventi ingrassano le grandi farmaceutiche non l’avremmo mai visto.

 

Eppure le case farmaceutiche svizzere hanno fama di condurre ricerca d’avanguardia, almeno al di fuori del campo vaccinale.

 

Mi permetta di correggere anche questa percezione. Big Pharma è un ricco pachiderma che produce più pubblicità e pubbliche relazioni che ricerca. In ogni momento – come detto e visto – compra poi attività quelle sì d’avanguardia, che però non è stato lui ad avviare. Un meccanismo reso possibile dagli enormi profitti ottenuti dalla vendita a libero prezzo dei farmaci.

 

Veniamo al caso Lonza. Stando ad alcuni media, con un investimento di 60 milioni di franchi il capo del Dipartimento dell’interno Alain Berset avrebbe potuto ottenere in Vallese una linea di produzione del vaccino Moderna dedicata alla Svizzera. Lui ribatte che non è così: Lonza sintetizza solo il principio attivo di Moderna, l’ipotesi sarebbe impraticabile. Il caso sarà indagato dal Consiglio nazionale. Che idea si è fatto?

 

Difficile farsi un’opinione precisa. Ho l’impressione che né Lonza né Berset giochino del tutto a carte scoperte. È chiaro che qualora ci fosse stata un’offerta precisa e realizzabile avrei personalmente detto di sì, ma è anche vero che la questione appare ancora estremamente nebulosa.

 

Molti hanno chiesto di sospendere i brevetti sul vaccino in modo da accelerarne la produzione e immunizzare anche i Paesi in via di sviluppo. Una logica non necessariamente improntata all’altruismo: proprio da lì potrebbero arrivare varianti tali da ‘aggirare’ i sieri attuali.

 

Come ForumAlternativo abbiamo aderito all’appello del dottor Vittorio Agnoletto per chiedere all’Unione europea di sospendere la protezione dei brevetti, e insieme alla Ong Public Eye stiamo facendo pressione sul Consiglio federale. Resta il fatto che l’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) rifiuta la proposta in questo senso che viene da Sudafrica e India. Una proposta che peraltro non viola le regole in materia di libero scambio, dato che è lo stesso Wto a prevedere eccezioni alla tutela della proprietà intellettuale in casi d’emergenza. In questo caso c’è anche un precedente accettato dalle corti internazionali: quello del presidente sudafricano Nelson Mandela che bypassò il brevetto su importanti farmaci antiAids per ottenerne la versione ‘clonata’ da fabbriche indiane. Tra l’altro il discorso non si ferma al vaccino: da anni lottiamo con Public Eye per accordare alcune eccezioni anche ad antitumorali che costano migliaia di franchi.

 

Ma un Paese come l’India potrebbe poi produrre agevolmente un vaccino anti-Covid in tempo breve?

 

Sì, in poche settimane. L’altra possibilità è quella di acquistare il brevetto per agevolare la produzione locale, cosa che talora penso sia già accaduta coi contratti in essere tra Stati e case farmaceutiche, dei quali molto rimane riservato. Restano comunque fuori dai giochi quei Paesi che un acquisto del genere non possono permetterselo.

 

Secondo un mantra diffuso, dopo questa pandemia nulla sarà più come prima. Quando si tratta di farmaceutica, ci crede?

 

La stortura del mercato farmaceutico dipende dal fatto che i presidenti Usa repubblicani, al soldo di Big Pharma, hanno imposto una deregulation totale sul prezzo dei farmaci. Ecco perché moltissimi vengono immessi prima sul mercato americano, che costituisce quasi il 50% di quello mondiale. Data la mole quel mercato ‘comanda’ il prezzo, nel senso che se poi in Paesi più piccoli si cerca di spuntare prezzi inferiori, una casa farmaceutica è liberissima di rifiutare la fornitura senza incorrere in grandi perdite. Se questo quadro – che nemmeno Barack Obama era riuscito a riformare – e la relazione globale tra Stati e case farmaceutiche non cambiano, rimarranno grossi limiti e clamorose ingiustizie. D’altra parte, spero che questa crisi abbia rivelato a tutti l’importanza della ricerca pubblica, come paiono suggerire piani ‘da New Deal’ un po’ in tutto il mondo, a partire da Usa ed Europa. Ecco, magari insieme ai soldi arriverà anche maggior controllo d’un sistema distorto, che ha fatto esplodere i costi ed escluso interi Paesi da certe cure.

 

E in Svizzera?

 

 

Quando ero in Consiglio nazionale (dal 1995 al 2007, ndr) cercai di fare in modo che i nuovi farmaci introdotti in Svizzera dovessero rispondere ad almeno uno di due criteri: essere migliori delle alternative o costare di meno. Ho anche cercato di ottenere più finanziamenti per la ricerca presso ospedali e istituzioni pubbliche. All’epoca mi dissero che a certe cose pensava già il settore farmaceutico privato. Ora spero che abbiano cambiato idea.

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