Trump e il moderno fascismo

di Fabrizio Tonello, politologo (Università degli Studi di Padova)

 

Da anni in America esistevano gruppi armati di estrema destra come i Proud Boys, gli Oath Keepers, i Threepercenters o le milizie del Michigan ma solo dopo il 6 gennaio l’FBI ha iniziato a occuparsi con zelo della parte clandestina del trumpismo: gli invasori del Congresso che si sono fatti dei selfie sul podio di Mike Pence, nell’ufficio di Nancy Pelosi o sventolando una bandiera sudista nella rotonda del Campidoglio.

Ma quelli su cui occorrerebbe indagare sono i deputati repubblicani che, secondo le prime indagini, avrebbero fatto fare una visita guidata dell’edificio ai miliziani in vista dell’azione. Il 6 gennaio non sarebbe mai potuto accadere senza l’estrema destra “rispettabile”: il consigliere di Trump Roger Stone, l’ex sindaco di New York Rudy Giuliani, il leader dei senatori repubblicani Mitch McConnell, le decine di deputati repubblicani che hanno contestato i risultati elettorali senza alcuna base nei fatti. La manovalanza finirà in galera ma l’ideologia del trumpismo è stata ed è condivisa da quasi metà di Camera e Senato, come si è visto con l’assoluzione di Trump nel secondo processo per impeachment, il 13 febbraio scorso.

 

Un buon esempio è la deputata della Georgia Marjorie Taylor Green che apparteneva alla setta QAnon, un’influencer di estrema destra e una fanatica delle armi, antisemita e antimusulmana. Ha approvato l’idea di “giustiziare” Nancy Pelosi, la leader democratica della Camera, e sostenuto che gli incendi degli anni scorsi in California era stati causati da “laser su astronavi aliene” dirette da “banchieri sionisti”. Nel voto per rimuoverla, quanto meno, dalle commissioni cui apparteneva, tutti i deputati repubblicani tranne 11 l’hanno appoggiata.

 

Ora a Washington si cerca di rassicurare il mondo sostenendo che le tradizioni democratiche sono così antiche e consolidate che i terroristi verranno puniti (ci sono già stati circa 500 arresti) e tutto tornerà nella normalità con la presidenza Biden. Ma non va sottovalutato il fatto che gli squadristi di Trump e gran parte dei politici repubblicani hanno in comune l’odio per l’America progressista, metropolitana e multirazziale rappresentata (male) dalla presidenza Obama. E ancora meno si può ignorare il fatto che lobby fino a ieri potentissime come la National Rifle Association erano in realtà il luogo di dibattito e di confronto tra i parlamentari repubblicani e i militanti disponibili alla violenza, se non direttamente responsabili di essa. Secondo un sondaggio recente, il 36% degli americani si dice d’accordo con l’affermazione: “Il tradizionale modo di vita americano sta sparendo così rapidamente che potrebbe essere necessario usare la forza per salvarlo”.

 

Quella del trumpismo è una storia lunga, che non inizia certo con le elezioni del 2016: il punto di partenza a cui guardare è piuttosto il 1993, quando Bill Clinton entrò in carica dopo 12 anni di incontrastato dominio repubblicano con Ronald Reagan e Bush padre. Occorre ricordare l’incendio di una fattoria dove avevano trovato rifugio i seguaci del “profeta” David Koresh a Waco, nel Texas. Perchè Waco? Perchè la tragedia del 19 aprile 1993 in cui morirono 86 persone svolse una funzione di catalizzatore per i movimenti di estrema destra, rivelando la profondità e la forza delle correnti paranoiche e nativiste nella politica americana.

 

La comunità Mount Carmel, una scissione della Chiesa avventista del Settimo giorno, era un esempio di comunità rurale di “survivalisti” che si preparavano per un futuro di collasso del sistema politico e di guerra civile o di invasione straniera degli Stati Uniti, magari da parte di alieni. L’Alcool, Tobacco & Firearms (ATF) la sorvegliava perché sospettava il suo leader Koresh di violazione delle leggi sulle armi, di poligamia e di abusi sui minori. Qualunque fosse la fondatezza di queste accuse (ridimensionate nel processo ai sopravvissuti) l’operazione militare per la conquista della fattoria dopo 51 giorni di assedio fu una catastrofe: vari morti tra gli agenti e, soprattutto, circa 80 vittime, tra cui 25 bambini, perite nell’incendio probabilmente provocato dal gas lacrimogeno infiammabile lanciato dall’FBI. Due anni dopo, sempre il 19 aprile, un’autobomba artigianale confezionata da Timothy McVeigh, un ex militare con simpatie per il movimento delle milizie fece saltare in aria un palazzo di uffici governativi a Oklahoma City, provocando 168 morti.

 

Gli Oath Keepers di oggi sono uno tra i molti gruppi convinti che gli avvenimenti di Waco dimostrano che il governo è pronto, disponibile e capace di usare la violenza contro cittadini americani che stanno semplicemente esercitando il loro diritto di detenere armi, necessarie non solo per l’autodifesa ma soprattutto per difendersi dalla “tirannia” del governo. Poiché, nella loro visione, si tratta di diritti concessi da Dio e protetti dal II emendamento della Costituzione, è non solo legittimo ma doveroso opporsi alla forza con la forza.

 

Nella loro chiave di lettura, Waco non sarebbe stato un tragico errore dovuto alla militarizzazione delle forze di polizia e alla loro incapacità bensì una tappa nella guerra civile strisciante dichiarata da un governo corrotto contro il popolo americano. La tappa successiva fu la disastrosa gestione dell’uragano Katrina che colpì New Orleans nel 2005: anche in questo caso il caos negli aiuti, le violenze della polizia e le distorsioni dei fatti propagate da Fox News convinsero i “patrioti” che occorreva prepararsi allo scontro finale.

 

Fino al 2015 l’area dell’estrema destra era costituita da una galassia di movimenti, gruppi, chiese, comitati di cittadini che non obbedivano a un’organizzazione centralizzata e mancavano di un leader che li guidasse. Divisi tra nativisti ostili all’immigrazione, razzisti nostalgici della supremazia bianca e fondamentalisti protestanti, trovavano un terreno comune nella visione autoritaria della politica, nell’ostilità verso il governo federale e nella passione per le armi. Si trattava di una forza politica marginale nonostante gli agganci dentro il partito repubblicano. Ciò che mancava a questo movimento per tentare di trasformare gli Stati Uniti in un regime autoritario o in una repubblica teocratica era un duce che non si era ancora presentato sulla scena.

 

Nel 2016 Trump colse il momento in cui il paese era angosciato, la diffidenza e il disprezzo nei confronti della classe politica al massimo storico. La stagnazione dei salari, il timore di un declassamento sociale e le sue performance teatrali nei comizi e su Twitter riuscirono facilmente a spazzare via i candidati dell’establishment repubblicano durante le primarie. Trump ebbe poi buon gioco nel trascinare milioni di americani a votare per lui con la promessa di “prosciugare la palude di Washington”, di alzare un muro al confine con il Messico, di dare la caccia agli immigrati, di aprire la guerra commerciale contro la Cina e di nominare giudici “patriottici” alla Corte Suprema. Le manifestazioni di intolleranza esistevano già, la violenza della polizia contro gli afroamericani esisteva già, la voglia di rivincita dopo otto anni di presidenza Obama esisteva già: era solo questione di trasformare in sistematico e organizzato dalla Casa Bianca ciò che fino ad allora era stato sporadico e localizzato.

 

In questi quattro anni Trump e i repubblicani non solo non hanno affatto rotto con l’estrema destra, al contrario hanno incorporato parti sostanziali dell’agenda di quest’ultima nella propria azione politica. Non è Trump ad essere stato l’anomalia: al contrario, da presidente ha realizzato una vera e propria fusione tra il partito repubblicano (la destra tradizionale) e l’estrema destra, comprese le sue frange terroristiche. L’assalto di due mesi fa, con l’obiettivo dichiarato di impedire la certificazione della vittoria elettorale di Biden e quindi il suo insediamento alla presidenza, ha dimostrato che tra repubblicani e milizie i rapporti erano diventati simili a quelli che esistevano tra il braccio politico e quello militare di un movimento di liberazione, per esempio tra il Sinn Féin irlandese e l’Ira. Le due fazioni sono distinte, possono avere occasionali divergenze, ma hanno un identico obiettivo politico: prendere il potere e mantenerlo a qualsiasi costo. Ogni movimento sovversivo che operi in una democrazia è costretto ad avere una struttura di questo tipo altrimenti il consenso che in certi momenti le azioni violente raccolgono non riesce mai a consolidarsi e ad allargarsi.

 

“It Can’t Happen Here” scriveva Sinclair Lewis nel 1935. E invece è accaduto: il 6 gennaio 2021 un aspirante dittatore, eletto nel 2016 tra manipolazioni e interferenze straniere, ha cercato di impadronirsi del Congresso per impedire la ratifica della vittoria elettorale del suo candidato democratico Joe Biden. “Quello che abbiamo visto a Washington è il moderno fascismo: disprezzo e volontà di distruggere la democrazia e lo stato di diritto, mobilitazione della violenza, propaganda dell’odio per dividere la società, e definizione razzista del popolo” ha scritto lo studioso tedesco Michael Wildt.

 

Ora i repubblicani, soprattutto in Senato, fingono di non aver mai conosciuto i “cugini di campagna” violenti che hanno sfondato le porte del Congresso il 6 gennaio, ma sono ancora così terrorizzati da Trump e dai suoi seguaci da evitare accuratamente di prendere le distanze: solo 7 senatori repubblicani su 50 hanno osato votare contro di lui. Cosa accadrà nei prossimi mesi nella politica americana è materia per gli indovini ma di certo il problema del terrorismo di estrema destra non sarà risolto definitivamente dagli arresti delle ultime settimane.

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