Micro-imposta, l’imposizione fiscale del futuro

di Francesco Bonsaver

 

Intervista a Sergio Rossi

«Un sistema fiscale che impone i redditi da lavoro ma non quelli da capitale, in particolare in una nazione come la Svizzera, non è più attuale».

 

 

 

Sergio Rossi, professore ordinario di macroeconomia ed economia monetaria nell’Università di Friburgo, spiega quanto sia d’imperante attualità (ancor di più nella fase post-pandemica) l’introduzione della Micro-imposta sulle transazioni elettroniche. A chiederne la sua introduzione è un’iniziativa popolare federale, sostenuta dal ForumAlternativo. La micro-imposta costituirebbe una rivoluzione fiscale poiché non tasserebbe più il lavoro o il consumo, ma colpirebbe la gigantesca montagna di denaro che finora sfugge a qualsiasi imposizione. Cento miliardi di franchi è la stima dell’incasso annuale per le finanze federali pubbliche con l’adozione di una microimposta dello 0,1% sulle transazioni elettroniche. Una somma gigantesca che consentirebbe di affrontare delle priorità collettive, quali la lotta al cambiamento climatico o la garanzia di pensioni dignitose per donne e uomini.

 

Nel quadro dello scenario post-pandemico, quale impatto potrebbe avere l’adozione della micro-imposta sul piano economico nazionale?

Sono due gli impatti principali di una micro-imposta sul traffico dei pagamenti scritturali, la cui importanza è ancora maggiore e più evidente in questo scenario di crisi legata alla pandemia. Da un lato, con l’introduzione di questa micro-imposta, sarà abolita l’imposta sul valore aggiunto (IVA), che frena le spese di consumo in quanto colpisce indistintamente le persone e rallenta così le attività economiche, soprattutto quelle che direttamente o indirettamente dipendono dalla capacità di acquisto del ceto medio – la cui propensione al consumo è un fattore preponderante per il buon funzionamento del sistema economico. L’abolizione dell’IVA, grazie all’introduzione di una micro-imposta sul traffico dei pagamenti scritturali, consentirà alle persone appartenenti al ceto medio, come pure a quelle del ceto inferiore, di avere una maggiore capacità di acquisto, perché l’aliquota della micro-imposta sarà nettamente inferiore a quella dell’IVA. Ciò incentiverà le spese di consumo, permettendo di migliorare il tenore di vita di queste persone.

Dall’altro lato, la micro-imposta consentirà alla Confederazione di incassare maggiori risorse fiscali, soprattutto perché questa micro-imposta sarà pagata anche da chi svolge numerose transazioni nei mercati finanziari, che finora sfuggono spesso e volentieri a qualsiasi prelievo fiscale. Ci sarà dunque una maggiore equità fiscale e maggiori risorse che la Confederazione potrà spendere per aiutare tutti coloro che sono in difficoltà economiche a causa della pandemia – sia le persone sia le aziende. Inoltre, il prelievo di questa micro-imposta eviterà alle imprese, che oggi incassano l’IVA per poi trasferirla alla Confederazione, di svolgere le pratiche burocratiche a questo riguardo, perdendo del tempo che sarebbe meglio destinare allo sviluppo di progetti aziendali utili alla collettività. Penso in particolare alle piccole e medie imprese, che oltretutto oggi faticano nel preparare la documentazione necessaria per ricevere dallo Stato gli aiuti finanziari a seguito della pandemia.

 

Durante la sessione estiva, il Parlamento elvetico ha approvato la soppressione della tassa di bollo, che garantisce annualmente 2 miliardi di franchi di entrate alle casse federali. L’iniziativa popolare della micro-imposta prevede altrettanto l’abolizione della tassa di bollo. Quali sono le differenze tra il progetto governativo e l’iniziativa della micro-imposta?

Il progetto governativo approvato dal Parlamento federale intende sgravare fiscalmente le imprese che emettono dei titoli finanziari, lasciando loro perciò un po’ più di liquidità, con la vana speranza che questi soldi vengano allora investiti in maniera produttiva, contribuendo a ridurre la disoccupazione in Svizzera. In realtà, però, questo progetto è destinato soprattutto a favorire tutti gli attori finanziari che attualmente devono pagare la tassa di bollo per le loro transazioni, ossia le banche e le istituzioni finanziarie non-bancarie, come le assicurazioni e le casse-pensioni. Nella maggior parte dei casi, le transazioni finanziarie di questi attori non contribuiscono in alcun modo alla crescita e allo sviluppo dell’economia nazionale, ma ne accrescono la fragilità e l’instabilità sul piano finanziario, con il rischio che prima o poi scoppi una crisi come quella esplosa nel 2008.

Ben diverso è lo scopo della micro-imposta, che contribuirà a ridurre questa fragilità e instabilità, dato che saranno soprattutto gli attori nei mercati finanziari a doverla pagare, inducendone un numero rilevante a ridurre, se non evitare, le transazioni puramente speculative su questi mercati, con un beneficio notevole anche sul piano occupazionale, in quanto questi attori saranno maggiormente orientati a sostenere le imprese nell’economia elvetica. Rendendo assai più onerose le operazioni nei mercati finanziari, le banche, in particolare, saranno maggiormente interessate ad aprire delle linee di credito alle imprese, sostenendo in questo modo non soltanto la ricerca e l’innovazione in azienda, ma anche le giovani leve, che finora non trovano alcun finanziamento presso le banche e devono perciò lasciare nel cassetto i loro progetti imprenditoriali, visto che è impensabile riuscire a raccogliere i fondi necessari per la realizzazione di questi progetti tramite delle piattaforme per «crowdfunding» o grazie a dei «business angels» – molto rari o inesistenti alle nostre latitudini, a maggior ragione in questo periodo di crisi pandemica.

 

L’imposta minima globale del 15% sugli utili delle multinazionali decisa a livello internazionale e la micro-imposta sono due operazioni in contrasto tra loro o vanno nella medesima direzione?

Considerate da una prospettiva sistemica, ossia che riguarda il sistema economico nel suo insieme, queste due imposte vanno nella medesima direzione, nel senso che entrambe potranno contribuire all’interesse generale dell’insieme della collettività. Tanto le persone quanto le imprese, tra cui si trovano anche le istituzioni finanziarie come le banche, hanno interesse a fare in modo che l’economia funzioni in maniera ordinata.

L’imposta minima globale ha due obiettivi: imporre gli utili delle imprese laddove sono realmente conseguiti – anziché permettere a queste imprese di spostare gli utili nei paradisi fiscali – e ridurre i margini di manovra per la concorrenza fiscale sul piano internazionale – che è dannosa per le finanze pubbliche di tutte le nazioni coinvolte. Una aliquota minima di imposta sugli utili delle multinazionali a livello mondiale permetterà dunque agli Stati nazionali di aumentare le risorse fiscali da destinare al sostegno dell’economia e della società nel proprio paese, come d’altra parte farà la micro-imposta sul traffico dei pagamenti scritturali in Svizzera, che contribuirà a modernizzare il sistema fiscale per renderlo compatibile con lo sviluppo della digitalizzazione, che è stato accelerato dalla pandemia da Covid-19.

Non è infatti più attuale un sistema fiscale che impone i redditi da lavoro ma non quelli da capitale, in particolare in una nazione come la Svizzera, dove il lavoro è spesso e volentieri dislocato verso i paesi dove il suo costo per le aziende è notevolmente inferiore. Con la diffusione del telelavoro, che resterà tale anche quando questa pandemia sarà soltanto un terribile ricordo, le imprese in Svizzera si sottraggono sempre più al finanziamento delle assicurazioni sociali, perché continuano a ridurre la forza-lavoro in questo paese, evitando in tal modo di finanziare l’AVS e l’assicurazione contro la disoccupazione.

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