Imperialismo americano: il tempo del declino?

L'editoriale Q34

 

Ha ragione Michael Moore quando afferma che «alla fine ha vinto Bin Laden», aggiungendo poi maliziosamente «ma non avrebbe potuto farlo senza tutto il nostro aiuto». Infatti le immagini speculari delle persone lanciatesi nel vuoto dall’alto delle Torri Gemelle incendiate e quelle degli Afghani che cadono dopo aver tentato la disperata fuga appesi ai carrelli degli ultimi aerei a lasciare Kabul aprono e chiudono simmetricamente il ventennio iniziato l’11 settembre 2001.

 

Molti commentatori ritengono giustamente che per il ruolo imperiale degli Stati Uniti la sconfitta afghana sia peggiore di quella subita in Vietnam. E questo non tanto perché, contrariamente all’avventura indocinese, la guerra in Afghanistan fosse stata giusta, come sostenuto da certi giornalisti interventisti, tra cui Roberto Antonini in un suo editoriale per La Regione. Per smentire questi guerrafondai, basta ricordarsi delle parole di chi ha toccato con mano quel conflitto: come ha sempre detto Gino Strada, l’invasione americana dell’Afghanistan non è stata altro che un’infame guerra di pura vendetta, condotta per ragioni di politica interna statunitense contro il popolo afghano, perché non si aveva il coraggio di attaccare l’Arabia Saudita, da cui venivano praticamente tutti i terroristi che hanno abbattuto le Torri Gemelle. Chi ha buona memoria (e onestà intellettuale), sa bene che nel 2001 i diritti delle donne erano l’ultima delle preoccupazioni del governo americano. E alla fine gran parte dei tremila miliardi investiti in questi vent’anni di guerra sono finiti nelle tasche dell’establishment militare-industriale statunitense.

 

No, se la sconfitta è peggiore è perché gli Stati Uniti non sono più, e di gran lunga, quelli di 50 anni fa. La plateale e tragica fuga da Kabul chiude definitivamente il periodo storico durante il quale gli USA hanno tentato di imporre un nuovo ordine mondiale, prendendo quale scusa la volontà di esportare ai quattro angoli del globo i principi della democrazia occidentale, ma in realtà volendo semplicemente imporre i loro interessi imperiali.

 

Ma soprattutto diverso è il fronte interno statunitense, con una società che ormai non crede più nel sogno americano, perché impoverita, essendosi concentrata in questi ultimi 30 anni quasi tutta la nuova ricchezza nelle mani di alcuni Paperoni. Luca Celada, corrispondente nostro e del Manifesto da Los Angeles, parla giustamente di una guerra civile strisciante, per cui le truppe americane che scappano dalle loro basi in Afghanistan rappresentano l’altra faccia della medaglia dell’assalto al Campidoglio degli avvinazzati fascisti, aizzati da Trump, il 6 gennaio scorso.

 

Tutti gli imperi sono crollati, a partire da quello romano, per il sommarsi di problemi interni sempre più gravosi con pressioni esterne sempre più forti. Per gli Stati Uniti il pericolo esterno è ora rappresentata dall’ascesa, che sembra ormai inarrestabile, della potenza economica cinese. La sfida di Pechino si è fatta più pericolosa per Washington soprattutto dopo che la Cina ha deciso di non voler più essere solo la fabbrica del mondo, ma di investire massicciamente nella scienza e nella tecnologia, per poter primeggiare anche nel campo della conoscenza. In preda a quella che sembra essere sempre di più una crisi di nervi, il governo statunitense, senza distinzione tra Trump e Biden, ha lanciato una intensa campagna anticinese, condita da una serie di fake news, avviando quella che può essere considerata una nuova Guerra Fredda.

 

La situazione è particolarmente pericolosa però perché gli Stati Uniti sono tutt’ora e di gran lunga la potenza militare dominante, con le loro centinaia di basi militari che accerchiano non solo la Russia, ma sempre di più anche la Cina. Non sarebbe la prima volta nella storia che la potenza declinante, ma ancora militarmente molto più forte, cercherebbe di bloccare con le armi l’ascesa dell’avversario che ne minaccia la supremazia. È la famosa trappola di Tucidide, storico greco che aveva descritto questa situazione creatasi tra Sparta ed Atene. I dirigenti cinesi sembrano ben coscienti di questa situazione ed è probabile perciò che abbiano deciso di accelerare i programmi di sviluppo del welfare, di migliorare la legislazione sulle condizioni di lavoro e di obbligare i loro miliardari a ridistribuire una buona parte della loro ricchezza con lo scopo rendere più coesa la loro società. Su tutto ciò è stato molto chiaro Xi Jinping nel suo discorso del 17 agosto, che (come ha giustamente commentato alcuni giorni fa nel Corriere del Ticino Alfonso Tuor) potrebbe rappresentare una data miliare nella nuova storia cinese.

 

D’altra parte è da anni che Noam Chomsky, già prima dell’avvento di Trump, ripete che il partito repubblicano americano è ormai diventato il pericolo maggiore per la pace mondiale. Questa inascoltata profezia sembrerebbe ora purtroppo quasi realizzarsi: c’è solo da sperare che quelle importanti forze veramente democratiche che esistono negli Stati Uniti riescano ad invertire la rotta. Perché il recentissimo patto nucleare anticinese firmato da USA, Australia e Gran Bretagna non lascia presagire purtroppo niente di buono.

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