L’Ucraina e la presidenza Biden

di Fabrizio Tonello, Università di Padova

 

Quando questo articolo arriverà ai lettori il mondo potrebbe essere già stato inghiottito da una catastrofe nucleare oppure, sperabilmente, in Ucraina potrebbe esserci un cessate il fuoco.

Sembra impossibile ma, ad Est e ad Ovest, i governi stanno dimenticando che nessuno può «vincere» una guerra nucleare che provocherebbe decine di milioni di morti nei primi minuti del suo svolgimento. 

 

Solitaria, si è levata la voce di Papa Francesco che ha definito «una pazzia» l’aumento delle spese militari. Solitaria, in un coro di voci che inneggiano alla guerra come fosse una bella avventura. Mai come oggi gli interessi dei governanti e quelli dei popoli sono stati lontani, opposti, con i primi, sonnambuli, impegnati in una marcia della follia verso l’abisso.

 

Prima di entrare nel merito dell’invasione dell’Ucraina, occorre ricordare che l’umanità è stata molto fortunata dal 1945 ad oggi, in particolare durante la crisi di Cuba nel 1962. C’è un eccellente libro su questo di uno storico, Serhii Plokhy, che documenta tutti i casi in cui John Kennedy e Nikita Krusciov rischiarono di precipitare i loro paesi nella catastrofe per incomprensioni, errori di traduzione, differenze culturali, casualità. Si intitola Nuclear Folly: A History of the Cuban Missile Crises e, apparentemente, nessuno al Cremlino o alla Casa Bianca lo ha letto.

 

Fino a due mesi fa non si poteva certo dire che Joe Biden fosse un presidente fortunato: era entrato in carica nel gennaio 2021 ereditando la gestione di una pandemia di dimensioni storiche, sciaguratamente politicizzata dall’ex presidente Trump e dai suoi alleati, con un costo umano elevatissimo: circa 80 milioni di persone contagiate e un milione di morti.

 

Ancor meno era stato fortunato con l’Afghanistan, una guerra che avevano iniziato i repubblicani, proseguita contro ogni logica da Barack Obama per ben otto anni, avviata alla fine da un negoziato condotto dall’amministrazione Trump: di fatto, una resa senza condizioni. Quando Biden ha fatto ciò che era implicito negli accordi di Doha, e cioè annunciare il ritiro delle forze americane, il caos che ne è seguito ha fortemente indebolito la sua immagine. La sua reazione agli avvenimenti in Ucraina va letta su questo sfondo.

 

La retorica sulle «sanzioni durissime», il definire Putin «criminale di guerra» e «macellaio» e infine il discorso in Polonia del 26 marzo, che chiaramente invocava la rimozione del presidente russo dal potere miravano a dissipare il karma negativo della sua amministrazione, a recuperare i consensi perduti nei mesi precedenti (la percentuale di americani che approvava l’operato di Biden era appena il 42%).

 

Negli Stati Uniti la politica estera è sempre intrecciata alla politica interna e l’atmosfera di guerra è utile per mettere in secondo piano la fiammata inflazionistica, con un aumento dei prezzi al consumo del 7,5% (il record degli ultimi 40 anni) e il prezzo della benzina che ha superato i 4 dollari al gallone, soglia psicologica politicamente insostenibile per i presidenti americani. Ci sono le elezioni del Congresso in novembre e, fino a due mesi fa, tutti pronosticavano una dura sconfitta per i democratici, paralizzando la Casa Bianca nella seconda metà del mandato di Biden. L’entusiasmo patriottico potrebbe salvare le sorti di parecchi senatori e deputati, tanto più viste le posizioni filorusse di Trump.

 

Un altro fattore di cui in queste settimane non si è discusso abbastanza in Europa è il fatto che l’aumento vertiginoso del prezzo del gas e del petrolio in queste settimane ingrassa prima di tutto i bilanci dei petrolieri americani, in particolare il settore del fracking, lo sfruttamento degli scisti bituminosi, che era sull’orlo del fallimento (è una tecnologia di estrazione molto costosa) mentre ora viene salvato dal prezzo del barile a 100 dollari invece che a 50. Non saranno i paesi dell’Opec a protestare per questa manna finanziaria che avvantaggia anche loro. A questo va aggiunta la concreta prospettiva di sostituire il gas russo venduto agli europei, in particolare Italia e Germania, con gas liquefatto di provenienza americana: un mercato più che appetitoso.

 

Se le sanzioni e il riarmo dell’Ucraina potevano in qualche modo rimanere nell’ambito delle regole della guerra fredda, Biden ha invece fatto due passi estremamente pericolosi insultando Putin sul piano personale e, di fatto, invocando una congiura di palazzo contro di lui. Il risultato di queste due mosse è prevedibile: prolungare la guerra e rendere impossibile, nel breve termine, un compromesso basato sulla rinuncia dell’Ucraina a entrare nella NATO e sulla sua accettazione di uno statuto di neutralità simile a quello della Finlandia.

 

Prolungare la guerra, oltre al prezzo in vite umane e devastazioni, rischia anche di moltiplicare le occasioni di escalation: gli strateghi da poltrona e i giornalisti promossi generali nei talk show televisivi ignorano, per esempio, che instaurare una no fly zone alle porte di un paese dotato di migliaia di testate nucleari è pura follia. Eppure l’entusiasmo della stampa e delle televisioni per una «guerra giusta» in Ucraina non accenna a diminuire.

 

Può darsi che Biden non pensi davvero a un «cambio di regime» a Mosca (i suoi portavoce hanno goffamente smentito nei giorni successivi) ma sicuramente nel complesso militare-industriale-mediatico di Washington c’è parecchia gente che vorrebbe rimettere al suo posto la Russia con una guerra prolungata in Ucraina, un Afghanistan moltiplicato per dieci. Nel frattempo gli europei tornerebbero come agnellini obbedienti nel recinto della Nato (è già cosa fatta), aumenterebbero la loro spesa militare per la felicità dei produttori di armi americani e, infine, subirebbero il contraccolpo delle sanzioni, oltre a farsi carico di milioni di profughi in fuga. Le guerre non sono mai neutrali nei loro effetti e, per chi sta lontano dal fronte, la tentazione di approfittarne è molto forte.

Tratto dal Quaderno 37, 10 aprile 2022