Magnati, politici e tribunali all’assalto degli ospedali pubblici

di RedQ

 

A 10 anni dall’ultima revisione della LAMal, che ha dato un’enorme spinta alla privatizzazione del sistema sanitario, le sue conseguenze si fanno sempre più evidenti e gravi. Ricordiamoci di quelli che erano i cardini di questa ennesima revisione, voluta con caparbia dai politici borghesi e contro la quale, nonostante gli sforzi di chi redige questo articolo, il PS si rifiutò di lanciare il referendum.

 

Da una parte con la revisione si garantivano i finanziamenti pubblici anche alle cliniche private, purché incluse nelle pianificazioni cantonali, cliniche che fin lì ne erano state escluse. D’altra parte per il finanziamento delle cure ospedaliere si introduceva il famigerato principio dei DRGs, cioè la copertura finanziaria forfettaria: ad una certa malattia o ad un certo intervento chirurgico, corrisponde una quantità fissa di soldi. L’introduzione di questo tipo di finanziamento, che aveva già mostrato conseguenze negative negli Stati Uniti ed in Germania, era stata giustificata con il fatto che così facendo sarebbero diminuiti i costi: pura ideologia neoliberale. Difatti la conseguenza è stata che le strutture sanitarie hanno raccorciato di molto la permanenza dei pazienti in ospedali (spesso rimandati a casa quando non sono ancora in condizioni perfette, ciò che provoca poi delle nuove ospedalizzazioni), aumentando quindi il numero dei ricoveri e delle prestazioni eseguite. Così facendo si sono aumentate le entrate e quindi i costi, mentre contemporaneamente per far quadrare i conti si riduceva all’osso il personale infermieristico: ormai tutti sanno che le loro condizioni di lavoro sono diventate inaccettabili, ciò che ha convinto il popolo ad accettare nel novembre scorso l’iniziativa popolare «Per cure infermieristiche forti».

 

Oltretutto il sistema di calcolo dei forfaits è strutturato in modo tale da sfavorire gli ospedali più piccoli e quelli regionali, che dovrebbero così essere «spinti a migliorarsi». Ecco perché ospedali di piccola e media grandezza, che sono però fondamentali per garantire l’assistenza sanitaria di base, si ritrovano ora in tutta la Svizzera in difficoltà crescenti. Ne vogliono approfittare i grandi conglomerati di cliniche private, che si sono ulteriormente arricchiti grazie ai sussidi LAMal e che stanno ora dando l’assalto a strutture sin qui appartenenti alla mano pubblica.

 

Il lucrativo mercato delle cliniche specializzate ha difatti raggiunto un suo limite, per cui anche ospedali e strutture che sin qui sembravano poco attrattive per chi pensa soltanto al profitto, incominciano ad interessare questi colossi, che hanno capacità finanziarie quasi infinite.

 

Sin qui sembrava però che sarebbe stato impossibile che i privati si impossessassero di strutture appartenenti allo Stato. L’argine si è però rotto all’inizio del 2020, quando il Consiglio di Stato bernese ha venduto la maggioranza del capitale azionario dell’Hôpital du Jura Bernois a Swiss Medical Network (SMN), uno dei tre giganti delle cliniche private svizzere, che gestisce tra l’altro Ars Medica a Lugano-Gravesano e nel cui Consiglio di Amministrazione fa bella figura Fulvio Pelli. Di per sé la legge ospedaliera bernese proibisce la privatizzazione delle strutture private: ma il Consigliere di Stato Pierre Alain Schnegg (UDC), scatenato sostenitore delle cliniche ospedaliere, ha scovato un piccolo paragrafo, nel quale si dice che in situazioni eccezionali e per garantire l’assistenza sanitaria di base si possono anche vendere delle strutture ai privati.

 

Galvanizzati da questo successo, i magnati delle cliniche private stanno ora dando l’assalto ad una serie di ospedali, che a seguito della diminuita attività dovuta alla pandemia, stanno avendo crescenti difficoltà finanziarie. Così a Einsiedeln il locale ospedale è stato venduto a AMEOS, mentre a Wattwil (San Gallo) ci si prepara a fare qualcosa di simile. Dalle notizie che filtrano da più parti dovrebbero essere almeno una decina gli ospedali pubblici prossimi candidati al passaggio in mani privati. Una volta acquisiti, la ricetta è poi sempre la stessa: aumentare a dismisura le prestazioni che rendono (per esempio le operazioni ortopediche) e peggiorare le condizioni di lavoro, soprattutto del personale infermieristico.

 

Una sentenza disastrosa

Il quadro diventa ancora più fosco se pensiamo a cosa è capitato nella famigerata storia dell’ospedale La Providence di Neuchâtel, che 7 anni fa una fondazione senza scopo di lucro ha venduto a Swiss Medical Network. Immediatamente i nuovi padroni denunciarono il contratto collettivo di lavoro, a cui fece seguito uno sciopero di molti mesi da parte di 22 impiegati. Alla fine furono semplicemente licenziati. Il Canton Neuchâtel rispose però sospendendo il finanziamento LAMal all’ospedale, asserendo che solo strutture private che accettano il contratto collettivo di lavoro cantonale possono avere diritto ai sussidi. Tutto è finito davanti al Tribunale Amministrativo Federale, che 9 mesi fa ha dato ragione ai proprietari privati, dicendo che il Cantone non ha il diritto di imporre queste regole. Una sentenza disastrosa, perché così i cantoni perdono una delle loro ultime possibilità di controllare almeno un po’ come vengono gestiti gli ospedali pubblici che sono stati privatizzati. In questo modo anche la pianificazione ospedaliera cantonale diventa in buona parte una farsa.

 

Questi limiti li abbiamo percepiti anche nella seduta del Gran Consiglio ticinese, quando si è discusso il controprogetto alla nostra iniziativa «Per una qualità delle cure», controprogetto che avrebbe potuto essere molto migliore, se alle spalle non ci fosse stata questa sentenza del Tribunale Amministrativo Federale, che garantisce l’impunità alle cliniche private per tutte le misure anti-sociali che vorranno prendere. Mala tempora currunt.

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