La gratuità si paga

di Fabio Dozio

 

Una piaga si aggira per il Ticino e la Svizzera (e non solo): la piaga del lavoro gratuito.

Un fenomeno che da sempre caratterizza il lavoro domestico, l’attività di cura e di garante della riproduzione sociale svolta dalle donne fra le mura di casa. Il movimento femminista aveva rivendicato fin dagli anni settanta, senza successo, un salario per questo importante ruolo.

 

 

Oggi il lavoro gratuito si diffonde in modo trasversale fra molte professioni. Il lavoro cambia, c’è chi sostiene che la sua fine si stia avvicinando, ma per ora, guardando alla realtà, bisogna fare i conti con le sue metamorfosi nascoste. Una di queste è la gratuità. Su questo tema indagano gli economisti SUPSI Spartaco Greppi e Christian Marazzi e il sindacalista Samuele Cavalli con un’inchiesta sociale pubblicata dalle Edizioni Casagrande, preziosa perché rivela e denuncia: “La gratuità si paga”.

 

Gli autori hanno intervistato 21 lavoratori dai 22 ai 56 anni, dieci donne e undici uomini: venditrice, cuoco, addetta al recapito postale, giornalista, agente di sicurezza, architetta, infermiera, conducente di bus, tecnico delle telecomunicazioni, eccetera. Il lavoro, nel corso degli ultimi decenni, è cambiato radicalmente. La spinta neoliberista, dagli anni ottanta, ha spostato gli equilibri a favore del capitale, peggiorando le condizioni di lavoro. Banche, poste, ferrovie, fabbriche, ospedali, mezzi di comunicazione hanno registrato un aumento dei ritmi di lavoro, maggior pressione e, spesso, anche una stagnazione delle retribuzioni. Ma non bastava: le nuove tecnologie e la digitalizzazione hanno contribuito a rendere sempre più flessibile e precaria l’occupazione. Sia chiaro: non si tratta di condannare lo sviluppo tecnologico, nessun luddismo. Ancora una volta, è l’uso che i padroni fanno di queste opportunità che va denunciato.

 

Gli Autori classificano le modalità con cui la gratuità si insinua nelle prestazioni lavorative.

 

Lo sconfinamento

Più ore lavorative prima o dopo i termini fissati, ore supplementari e straordinarie che diventano consuetudine. Tempi parziali che non vengono rispettati. Per esempio nel settore della vendita, si dà per scontato che il dipendente debba arrivare sul posto di lavoro prima dell’orario previsto. “Se nel piano di lavoro c’è scritto che tu devi arrivare alle cinque del mattino per poter aprire alle sei, in realtà loro danno per scontato che per essere tutto pronto tu devi arrivare alle quattro e mezza. Mezz’ora alla mattina fa la differenza. Quindi ti viene chiesto in questa maniera: tu puoi non arrivare prima ma però se non arrivi prima non riesci a fare tutto, dunque ti conviene arrivare prima”. Anche quando si deve timbrare, i dipendenti sono presenti prima e dopo la timbratura, i contratti di lavoro vengono disattesi e violati e quindi, afferma il cuoco, “loro sono sempre fuori norma”. Ovvero, fuorilegge. Altra modalità è lo sconfinamento come disponibilità. È la realtà del precariato: essere disponibili sempre, ma retribuiti solo per il lavoro effettivo. Lo si ritrova in tantissime professioni, dalle infermiere ai fattorini, vale per le giornate di lavoro o per chi ha un contratto a tempo parziale che poi viene prolungato. Si sceglie di assumere molti dipendenti a tempo ridotto piuttosto che pochi a tempo pieno, imponendo una flessibilità che permette di lucrare. “La disponibilità permanente – affermano gli Autori – può portare fino al punto di sentirsi schiavi”.

 

Lavoro digitale

È l’attività offerta sulle piattaforme digitali. L’economia dei piccoli lavoretti, la gig economy, e il crowdworking, una specie di lavoro all’asta sul web. È la forma più recente in cui si possono insinuare forme di gratuità. Il crowdwork è una piattaforma digitale in cui si incontrano fornitori di servizi e possibili clienti, utilizzata anche da un’azienda di telecomunicazioni controllata dalla Confederazione. Si tratta di fatto di un’esternalizzazione del lavoro che ha un obiettivo principale: abbassarne il costo creando dumping salariale. “Abbassare, abbassare e abbassare ancora il prezzo di chi fa il lavoro, si arriva lì, non rimane più nessun margine”, sostiene la grafica. “Questo crowdworking – spiega il tecnico delle telecomunicazioni – ha causato una perdita di tecnici qualificati. La strategia è questa: usiamo la piattaforma, e poco a poco dividiamo il lavoro all’interno e ci sbarazziamo dei tecnici di cui prima non potevamo fare a meno”. Così, a loro volta, i tecnici “sbarazzati” finiscono per mettersi a disposizione sulla piattaforma con un lavoro flessibile, precario e malpagato. La qualità del servizio dove va a finire?

 

Stage

L’Expo 2015 di Milano ha sdoganato lo stage non pagato, con la complicità dei sindacati. I periodi di prova ci sono da sempre, o quasi. Ma ora lo stage sta diventando uno strumento di sfruttamento del giovane perché viene prolungato in eterno, con una paga minima. Basta conoscere qualche giovane per farsi un’idea. “La gratuità si paga” cita l’esempio di una giovane aspirante stilista che si è avventurata nel mondo della moda milanese. Un caso di sfruttamento schiavistico: fino a 26 ore di lavoro continuato per 400 euro di paga mensile! Ma è più illuminante, e raccapricciante, il caso ticinese di un’architetta, neo laureata, che viene assunta dal servizio tecnico di un Comune. Alla giovane viene promessa una retribuzione tra i 1700 e i 2200 franchi mensili, ma poi, ad assunzione confermata, il compenso sarà di 1200 franchi lordi. Dopo sei mesi lo stage viene prolungato e la paga aumentata a 3 mila franchi netti, con maggiori compiti e responsabilità. Alla fine del primo anno, il Municipio le propone un ulteriore anno di stage, ma l’architetta rifiuta e alla fine si raggiunge un compromesso: “Loro volevano che lavorassi come se fossi un’architetta che ha il suo studio privato e svolge dei mandati per il Comune, ho detto: va bene ma voglio che nel mio contratto ci sia scritto che io faccio l’architetta. Non che faccio l’impiegata d’ufficio, visto che il salario è quello di un’impiegata d’ufficio”. Lo stage può anche diventare totalmente gratuito o, addirittura, a pagamento. Vale a 

dire che il giovane paga per lavorare. Questo, che gli anglosassoni definiscono work for exposure, permette al giovane di arricchire il suo curriculum.

 

Controprestazione

Si tratta per esempio dei programmi occupazionali, che vengono usati come strumenti per ottenere mano d’opera a prezzo scontato. Lo sfruttamento padronale della protezione sociale non è un vezzo nuovo, e viene utilizzato da datori di lavoro inqualificabili: “Non è possibile – spiega il venditore – che tu assumi me dalla disoccupazione e mi tieni un anno al 50%, dopo di che mi licenzi, mi rimandi in disoccupazione, ma ne prendi un’altra dalla disoccupazione. Costringi le persone a fare dentro e fuori dalla disoccupazione”. E così il padrone sfrutta il lavoratore pagato dalle assicurazioni sociali. 

 

Dalla flessibilità alla precarietà

Flessibilità è la parola d’ordine che informa tutte queste attività, una flessibilità che però finisce per coniugarsi con precarietà. Sarebbe utile che la SUPSI, che ha sostenuto questo studio, indaghi sull’altra faccia del fenomeno, quello dei datori di lavoro che sfruttano la gratuità. Il viaggio nel mondo del lavoro gratuito è istruttivo e denuncia un fenomeno dilagante e preoccupante. Una giungla dove i lavoratori perdono la loro dignità, vivono una condizione di 

sfruttamento, di precarietà e di solitudine che fa pensare di “non avere una vita”, perché “alla fine la sensazione di precarietà invade tutti i campi della vita”.

 

L’agente di sicurezza lancia un appello: “L’unica cosa che posso trasmettere agli altri è il messaggio di non stare zitti. Il silenzio non fa bene. Bisogna parlare, in un modo civile, ma bisogna parlare”. E il tecnico in telecomunicazioni gli fa eco: “Devono essere i sindacati a fare da leva”. Il Sindacato deve scandagliare, denunciare e dar voce a questo mondo assurdo che ripropone uno sfruttamento d’altri tempi, come dice la giornalista: “ci ritroviamo in una società di tipo medievale, con i signori, i vassalli, i valvassori”.

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