Le stagioni della Lega

di Mattia Lento

 

La storia del partito che ha segnato gli ultimi trent’anni della politica italiana in un nuovo libro di Paolo Barcella

 

Per anni il consenso dei partiti cosiddetti populisti è stato analizzato soprattutto attraverso categorie culturali. Paolo Barcella, nel suo nuovo studio intitolato La Lega. Una Storia (Carocci editore), rifiuta innanzitutto di definire la Lega un partito populista – categoria troppo generica per descrivere le posizioni ideologiche in evoluzione ma ben identificabili della formazione politica fondata da Umberto Bossi – e, inoltre, analizza la storia di questo partito a partire dagli stravolgimenti del sistema produttivo italiano e dalla crisi irreversibile del sistema politico e partitico della Penisola a cavallo tra anni Ottanta e Novanta.

 

La crisi

L’analisi di Paolo Barcella parte proprio dal malessere delle classi lavoratrici del nord Italia sul finire dello scorso secolo. Sono gli anni della caduta del muro di Berlino, della fine del Pci e della Dc, ma ci troviamo anche in un periodo storico in cui le trasformazioni produttive sono diventate evidenti. La globalizzazione dell’economia non era ancora un tema all’ordine del giorno, ma l’epoca del protezionismo economico era ormai finita. Il sistema industriale italiano iniziava a mostrare delle crepe. Le fabbriche del nord, quelle che avevano resistito alla deindustrializzazione galoppante, vennero ridimensionate e le esternalizzazioni crearono un fitto tessuto di piccole imprese, spesso a conduzione familiare, in cui si creò una prossimità tra datori di lavori e dipendenti. In un tale contesto economico, il sindacato non riuscì più a essere efficace come prima e perse il contatto con una parte della classe lavoratrice. In questo quadro storico si è inserito Umberto Bossi che ha cessato di fare riferimento a una classe, quella lavoratrice, per rivolgersi invece a un territorio nel suo complesso. Il suo discorso interclassista ha fatto breccia in una fetta considerevole della classe lavoratrice e tra i ranghi della piccola borghesia imprenditoriale.

 

Un mosaico di territori

Il libro di Barcella racconta molto di più della nascita e degli sviluppi di un partito che ha segnato gli ultimi trenta anni della politica italiana. Barcella nel suo libro si allontana dall’analisi politologica del partito, che ha già prodotto letteratura abbondante negli anni, e sceglie di raccontare quel mosaico di territori a nord della Penisola che trovarono nella Lega alcune risposte. Da storico delle migrazioni italiane, in particolare di quelle che hanno segnato il Novecento elvetico, si sofferma anche su quegli italiani del nord, tornati in patria dopo lunghi anni di lavoro all’estero che, dopo aver vissuto regimi fortemente discriminatori sulla propria pelle, reagirono male all’arrivo degli stranieri in Italia. Così si esprime Barcella su questo fenomeno: «Questi lavoratori non hanno rimosso l’esperienza della migrazione, come affermava una narrazione diffusa allora e tuttora valida per alcuni, ma hanno trasformato le ferite di un tempo in un atteggiamento di chiusura se non addirittura in xenofobia».

 

Ricette leghiste

Al tema della presenza straniera in Italia e delle risposte leghiste, Barcella dedica ovviamente molto spazio. La Lega ha costruito infatti le sue fortune elettorali puntando molto sulla stigmatizzazione del diverso, delle marginalità sociali, sulla lotta tra poveri, sulla creazione del nemico, sulla chiusura di porti e frontiere. Il suo discorso in tal senso mutò continuamente negli anni. Nata come formazione antimeridionale, anche se ancorata ai valori dell’antifascismo, la Lega si trasformò a poco a poco in organizzazione nazionalista, sposando a volte, con Salvini, tesi non molto lontane da quelle delle formazioni di estrema destra. Quello che ai più è sfuggito, secondo Barcella, al di là della retorica e di singoli episodi più simbolici che fattuali, «è il progetto leghista volto non tanto a fermare l’immigrazione dall’estero, quanto a renderla fragile, priva di diritti. La Lega è il partito che ha introdotto i contratti soggiorno secondo una logica non lontana dallo Statuto dello stagionale. La legge Bossi-Fini, insieme alla legge Biagi, ha creato i presupposti per la profonda frammentazione e precarizzazione del mercato del lavoro attuale».

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