Chi ha tradito Gorbaciov?

di Franco Cavalli

 

In occasione del decesso dell’ultimo presidente dell’Unione Sovietica, praticamente tutti i media hanno sottolineato come in Occidente Gorbaciov venga quasi idolatrato, mentre nei paesi dell’ex-impero sovietico l’opinione prevalente tra la gente è da poco a molto negativa.

 

 

 

Non è però che ci si sia sforzati molto per capire questo contrasto stridente, al di là di qualche considerazione superficiale sull’essere stati declassati a cittadini di una potenza secondaria, quando non si è addirittura alluso, sulla scia della russofobia dominante, all’incapacità di quei popoli di capire la grandezza del personaggio.

 

 

Cosa voleva Gorbaciov?

Sono stato diverse volte nell’Unione Sovietica prima e dopo la nomina a Segretario del Partito Comunista di Gorbaciov nel 1985 e me ne ricordo come di due mondi molto diversi. Se prima mi irritavano profondamente l’apatia politica della popolazione ed il senso di stagnazione della società che si respirava ovunque, dopo ero impressionato dagli evidenti cambiamenti: la gente discuteva tutto il tempo e dappertutto di politica, nei bar si seguivano i dibattiti televisivi quasi fossero incontri di calcio, tutta la società pareva in ebollizione. Il suo programma politico, Gorbaciov l’aveva riassunto nelle due famose parole di glasnost (trasparenza) e perestroika (ristrutturazione profonda). La sua linea politica, però non l’ha mai elaborata a fondo, anche se l’ha ben riassunta in una formula lapidaria “le cose vanno male perché il popolo è alienato dalla politica e dalla proprietà”.

Sul piano politico cambiò le cose restituendo piena libertà di parola e introducendo un vero suffragio universale. Complessa fu invece la questione dell’alienazione dalla proprietà sul proprio lavoro, aspetto questo che nessuno sinora ha veramente mai potuto risolvere. Gorbaciov credeva che per fare ciò bastasse rendere elettive le gerarchie di fabbrica, in modo che gli operai designassero i direttori e i quadri, sia tecnici che del management. Ma questo non gli riuscì, anche perché gli vennero a mancare sia il tempo che le possibilità di affrontare seriamente un problema come questo, di portata gigantesca. In un ambiente di confusione sempre più pronunciata, il tutto si risolse quindi soprattutto in una serie di scontri, anche violenti, e di scioperi. E ben presto molti dei grandi dirigenti delle strutture economiche (di proprietà statale), cominciarono a pensare che la soluzione era probabilmente quella di una rapida privatizzazione (sono coloro che in buona parte sarebbero poi diventati gli oligarchi…), annullando anche la protezione sin lì garantita dai sindacati molto potenti, ma totalmente asserviti al potere politico. Fu su queste posizioni che Boris Jelzin intraprese la sua fulminea ascesa nel mondo politico sovietico, diventando ben presto il principale oppositore di Gorbaciov. Retrospettivamente si può quindi facilmente capire perché sia i poteri forti capitalisti che i media mainstream occidentali ben presto trasformassero l’ubriacone Jelzin nel loro eroe, anche se nessuno di loro, anche in queste settimane, ha mai neanche minimamente fatto autocritica per questo misfatto.

 

Perché ha perso?

La stoccata finale Jelzin la mise a segno con una mossa che oggi definiremmo di tipo “leghista”. Simile a quanto avvenne nella Federazione Jugoslava, soprattutto in Slovenia e Croazia, che aizzarono la popolazione dicendo che era ora di finire di sussidiare repubbliche “lazzarone” come il Montenegro, la Macedonia e la stessa Serbia. Diventato presidente russo, Jelzin rispolverò una aggressiva retorica panslava (che aveva già usato Stalin per sostenere il morale delle truppe durante l’invasione di Hitler), e usando la quale, assieme ai presidenti di Ucraina e Bielorussia, mise fine all’Unione Sovietica, adducendo quale motivo principale l’urgenza di non più finanziare a fondo perso le repubbliche euroasiatiche, che difatti da allora sono quasi tutte sprofondate in uno stato di estrema povertà. Allora Gorbaciov, dimostrando grande integrità morale, rifiutò tutta una serie di cariche onorifiche che Jelzin e camerati gli offrivano, per poter continuare a sfruttare la popolarità di cui egli godeva in Occidente.

 

Sul perché il tentativo di Gorbaciov, la perestroika, sia fallita e alla fine quindi l’Unione Sovietica sia implosa, si continuerà a discutere a lungo, anche se il tema ha già riempito molte biblioteche. Semplificando al massimo si può dire che sia capitato quanto lo stesso Gorbaciov aveva usato come ammonimento durante la sua ultima visita nella DDR, i cui dirigenti erano addirittura arrivati a censurarlo, quando disse loro “chi arriva troppo tardi, la storia lo punisce”. L’Unione Sovietica, dopo i 40 anni di stagnazione dalla fine della seconda Guerra Mondiale, non era probabilmente più riformabile, come avevano già concluso sia i compagni del Manifesto prima, che Enrico Berlinguer in seguito.

 

Se la rivoluzione bolscevica era riuscita, a carissimo prezzo, a trasformare una società fondamentalmente ancora feudale ed agricola in una potenza industriale mondiale, la camicia di forza delle strutture ereditate dallo Stalinismo le avevano impedito l’accesso alla rivoluzione tecnologica avvenuta negli ultimi decenni del secolo scorso. A sostenere il picconatore Jelzin non fu difatti tanto il proletariato, quanto soprattutto una classe media ed intellettuale frustrata da questa situazione. È quanto ha capito molto bene il Partito Comunista cinese, che per evitare di fare la fine dell’Unione Sovietica sta favorendo al massimo questa classe media, soprattutto Gorbaciov odiava la guerra se produttrice di innovazione.

 

Un altro aspetto è importante nello spiegare la traiettoria di Gorbaciov. Egli, che da adolescente aveva visto da vicino le devastazioni immani inflitte dalla seconda Guerra Mondiale all’Unione Sovietica (27 milioni di morti!), odiava la guerra. Si dice che rifiutasse di partecipare ad ogni esercitazione strategica che includesse l’uso dell’arma atomica. Non c’è dubbio inoltre, e su ciò tornerò, che era un “idealista” che si lasciò entusiasmare da visioni di un mondo migliore. Forse anche perciò, e questa è la sua maggiore debolezza intellettuale, non aveva capito che il capitalismo (non solo ai tempi di Lenin, ma ancora oggi) non può sopravvivere senza uno sfruttamento di tipo imperialistico a livello mondiale, per realizzare il quale non retrocede neanche di fronte all’uso della guerra, come si è ampiamente dimostrato dopo la scomparsa dell’Unione Sovietica. Nei suoi sogni quindi di una casa comune per tutta l’Europa, egli si lasciò abbindolare da Reagan, Bush e camerati, come dimostra la promessa fattagli in compenso dell’accettazione della riunificazione tedesca, e cioè che la NATO non si sarebbe mossa di un pollice verso Est, mentre è poi avvenuto tutto il contrario, ed oggi l’alleanza militare occidentale circonda la Russia, indubbiamente una delle cause dell’attuale crisi ucraina. Questa debolezza strategica del pensiero di Gorbaciov era stata sottolineata anche pubblicamente dalla vecchia volpe politica cinese Deng Xiaoping, autore delle riforme economiche che hanno portato il paese asiatico a tallonare ormai gli Stati Uniti come prima potenza mondiale.

 

“Non ho fallito”

E cosa pensava di tutto ciò lo stesso Gorbaciov? Cerco di rispondere, riprendendo quasi letteralmente una risposta che lui stesso diede nel 2008 a Valentino Parlato in un’intervista estremamente interessante e che il Manifesto (1 settembre 2022) ha ora ripubblicato. Alla domanda secca “spiegami perché hai perso la partita?” Gorbaciov rispose “chi l’ha detto? Ho perduto come persona singola, ma la mia idea ha vinto. Scusami l’immodestia, ma anche Napoleone come persona ha perso, ma ha cambiato il mondo. La mia iniziativa ha dato un decisivo impulso all’affermazione di quella libertà che era repressa… non ignorare che anche la nostra svolta è stata un prodotto del socialismo. Il cambiamento lo abbiamo prodotto noi, mai il mondo capitalista sarebbe riuscito in questa impresa… Vedendo le cose a questo modo potrei addirittura dire di aver vinto. E siamo a un punto in cui l’uso della violenza nella lotta politica è diventato impossibile. Abbiamo spezzato il meccanismo della violenza!”.

 

Anche personalmente ho avuto l’impressione che Gorbaciov fosse una combinazione molto particolare di realismo e di idealismo. Lo incontrai nel settembre del 2000 durante la sua visita al Parlamento Federale, dove presentò soprattutto lo scopo della fondazione che aveva creato e che, oltre agli aspetti ambientali, si prefiggeva l’abolizione non solo delle armi nucleari, ma anche di quelle chimiche e biologiche. Come capogruppo socialista e facente allora funzione di presidente interimario del PS, che aveva coperto in gran parte le spese del suo soggiorno (perché l’UDC si opponeva a che lo facessero le casse federali), ebbi la possibilità di avere un colloquio a quattro occhi con lui. Anche alle mie domande rispose in modo gentile e molto schietto, un po’ come aveva fatto con Valentino Parlato durante la succitata intervista. Sulla sua visione di una casa comune europea, che potesse alla fine integrare su un piano di uguaglianza nel contesto continentale anche la Russia, continuava a farsi qualche illusione, come pure sulle intenzioni della NATO e degli americani. Mi ripeté che sperava che mantenessero le loro promesse di non espansione verso l’Est. Non ebbi il coraggio di contraddirlo. Anche perché la discussione si concentrò soprattutto su una sua analisi molto concreta e realista del perché l’Unione Sovietica alla fine fosse implosa e il Partito Comunista, come lo si conosceva prima, fosse stato messo in un angolo. E a più riprese mi ripeté le parole, che con il senno di poi mi suonano un po’ profetiche: “Se voi, se la Sinistra europea non capirete perché il Partito Comunista sovietico è stato sconfitto, alla fine sarete sconfitti anche voi.”

 

 

 

P.S. A tutti coloro che anche recentemente hanno onorato la memoria di Gorbaciov, compresi i nostri media, va ricordato che nel 2014 egli sostenne l’annessione della Crimea alla Russia, giustificandola con il referendum che a grande maggioranza aveva così deciso.

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