Il ForumAlternativo e i pensieri lunghi

di Paolo Favilli

 

Nel momento attuale il «ForumAlternativo» ha avviato una riflessione sul suo ruolo nella costruzione/ricostruzione di una sinistra che, pur nello specifico contesto ticinese, sia in grado di sviluppare una logica critica nei confronti della lunga stagione dei partiti socialisti senza socialismo che la fine del XX secolo ci ha lasciato in eredità.

 

Il Forum ha partecipato con convinzione a costruire modelli tramite cui, nelle elezioni Cantonali e nelle prossime Federali, si sono sperimentate e si stanno sperimentando momenti unitari intorno a programmi che hanno proposto e propongono una, sia pur moderata, soluzione di continuità rispetto alla suddetta eredita. Ha presentato candidati di alto livello professionale e contemporaneamente portatori di una forte tensione etico-politica proprio perché coniugata ad una dimensione analitica derivata dall’universo delle teorie critiche.

 

L’eredità in questione è pesantissima, frutto del successo della «reazione» thatcheriana. Allora, un deputato conservatore, preso atto con soddisfazione del modo in cui il New Labour di Blair argomentava la sua opposizione, aveva profetizzato che i laburisti avevano una sola «possibilità per tornare al governo: quella di smettere di essere socialisti». Pensiero desiderante diventato realtà per tutta una nuova fase storica: quella ancora in corso. Il tipo di riflessione in cui il Forum è impegnato conferma l’impostazione originaria di un’Associazione non nata per configurarsi come nuovo piccolo partito accanto alle molte componenti della già dispersa geografia politica che, con molta incertezza ed approssimazione, chiamiamo «sinistra».

 

Fin dalla sua fondazione il Forum non ha inteso certo estraniarsi dal contesto reale della sinistra che c’è. Non ha mai voluto richiudersi in un astratto dover essere tale da rifiutare il confronto costante con quei processi politici di lunga durata che hanno portato a livello altissimo l’indistinzione delle specificità attraverso le quali si definisce un «progetto socialista» nel quadro, ormai dominante, del «capitale totale». Cioè un capitalismo privo di antitesi, privo di un avversario portatore di teoria e di una pratica critica, quindi di quell’ insieme che nella storia si è chiamato «socialismo».

 

Il blairismo è stato è stata la teoria e la pratica più efficace nella battaglia ideologica per la distruzione dell’antitesi. Quasi nessuno ha detto con tanta chiarezza, come Blair, che «nella nuova politica», la differenza tra quelli che erano i «vecchi concetti di destra e sinistra (…) sta nell’apertura o nella chiusura alla globalizzazione» (Citazione tra virgolette in «Corriere della Sera», 2 dicembre 2007). Il termine «globalizzazione», con tutta evidenza, viene usato come forma eufemistica di capitale mondiale e quindi il «compito storico» che i nuovi laburisti, i partiti socialisti senza socialismo, hanno affidato a sé stessi è quello di essere rigorosi battistrada al capitale mondiale.

 

In un momento in cui la tela di questa narrazione presenta evidenti lacerazioni, tutti coloro che, come il Forum, intendono muoversi all’interno di un progetto, profondamente rinnovato, ma nel segno del socialismo, devono porsi molte domande.

 

Due anni fa, al momento del compimento dei novanta anni di Mario Tronti, un intervistatore chiese al filosofo quali fossero le domande che un comunista avrebbe dovuto porsi di fronte ai problemi dell’oggi.

 

Se ne deve porre molte – rispose Tronti –. Intanto, la prima: ci si può chiamare ancora così? Rispondo subito di sì, e cerco di argomentarlo, ma a modo mio. Per chi si trova a vivere, male, a disagio, in conflitto, dentro una società capitalistica, il comunismo è irrinunciabile. Non trovo altra parola, altro concetto, altra postazione non solo politica ma generalmente umana, che dica con altrettanta fondata precisione l’essere contro. La marxiana critica di tutto ciò che è non gode certo di una sua attuale fortuna. Prevale nel campo della contestazione la critica a qualcuna tra le cose che sono, e che non vanno. Critica volta a volta da assumere, ma da inscrivere sempre nel contrasto con il tutto sistemico. Altrimenti ognuna di quelle cose separate è più o meno facilmente integrabile nella logica di un funzionamento ordinante che per sua natura si regge sul cambiare per conservare. (Il Manifesto, 24 luglio 2021)

 

Tronti, sia pure con appartenenze diverse, è sempre stato interno alla tradizione comunista, così come lo è anche chi scrive queste note che utilizza il termine comunista proprio nel senso trontiano. Ciò, ovviamente, non significa che il Forum si ritrovi in questa tradizione. Mi sembra, anzi, che la grande maggioranza dei suoi aderenti provenga da percorsi diversi.

 

C’è, però, un’indicazione fondamentale concernente il metodo dell’analisi politica nelle parole di Tronti, un’indicazione che va ben al di là della tradizione culturale e politica comunista. Tronti ribadisce con forza che critica ed opposizione ai singoli aspetti della contraddizione economica e sociale sono da «inscrivere sempre nel contrasto con il tutto sistemico».

 

È stato proprio la costante volontà di connettere tale dimensione analitica alle contingenze politiche che dovevano essere affrontate anche in contesti temporali brevi che ha permesso all’«albero dei socialismi» di svolgere, per quasi un secolo e mezzo, l’essenziale funzione di antitesi alle logiche sistemiche delle varie fasi di accumulazione del capitale.

 

Naturalmente in un così lungo periodo, carico di una storia contrassegnata da aspetti tragici, la coerenza tra i due livelli di analisi ha avuto anche ricadute ideologiche assai gravi sulla conoscenza reale dei processi in atto; dunque sulle scelte politiche. L’elaborazione culturale necessaria a nutrire una meccanica metodologica atta a produrre conoscenza reale, tuttavia, ha avuto carattere diversificato, ha raggiunto in molti casi livelli altissimi (Thomas Mann diceva che con tale compito si era misurato il «gruppo di ingegni più intelligente» del suo tempo), e quindi è stata in grado di sostenere la funzione dialettica del pensiero critico. Di questo si è innervata la «resistenza» dell’unionismo sindacale e delle forme politiche. Perciò in quel lungo periodo il There is no alternative non poteva avere effetti dirompenti.

 

Nel nostro tempo, quello del «capitale totale», del «realismo capitalista», ragionare in termini di categorie critiche che si provino a percorrere gli spazi tra il contingente ed il sistemico, può appare compito prometeico. Ma per il nostro campo, per il Forum, che porta nella sua denominazione il termine Alternativo, vale davvero il There is no alternative.

 

Tutti i nodi politici che abbiamo davanti, dalla questione sanitaria alla questione fiscale, non sono comprensibili al di fuori del processo di riduzione allo stato minimo dei lasciti di democrazia sociale ereditati dai «trenta gloriosi», cioè all’interno di una necessità sistemica per l’attuale forma di accumulazione. In particolare le due questioni vitali che abbiamo di fronte: i disastri della guerra e il disastro ambientale-climatico.

 

Possiamo comprendere «la terza guerra mondiale a pezzi» che, in Europa, per ora, si combatte su suolo ucraino, senza far ricorso alla categoria di imperialismo nella sua complessità e nelle sue diversificazioni? Le categorie elaborate da Hobson, Hilferding, Luxemburg, Lenin agli inizi del secolo XX ci dicono ancora qualcosa sulle dinamiche degli imperialismi che si stanno combattendo oggi? Non c’è niente di più sistemico del conflitto in corso.

 

Possiamo opporci alle tendenze distruttive sull’ambiente e sul clima del modello di crescita in cui siamo immersi senza tener conto che l’illimitatezza è caratteristica strutturale (sistemica) di tutte le forme storiche di accumulazione capitalistica?

 

Nelle ultime assemblee generali del «ForumAlternativo» l’esigenza di accompagnare l’iniziativa politica contingente a momenti di riflessione sulle ragioni fondanti di tale iniziativa ha suscitato convinto interesse. La linfa del nuovo non ha radici aeree.

 

Lev Tolstoj in Guerra e pace delinea un’immagine che ben si presta ad essere usata come metafora di questo nostro stato.

 

Andrej Bolkonski, uno dei protagonisti del romanzo, reduce da vicende che avevano causato il crollo del mondo in cui aveva riposto le sue aspettative, è in viaggio verso la tenuta dei Rostov per noiose questioni burocratiche legate agli affari della nobiltà.

 

Sul margine della strada c’era una quercia. (…) Era un’immensa quercia che aveva due braccia di circonferenza, con i rami spezzati (…) e la corteccia screpolata coperta di antiche ferite. Con le sue enormi braccia e le sue dita tozze, divaricate, senza simmetria, essa si ergeva come un vecchio mostro irato e sprezzante in mezzo alle sorridenti betulle.

 

Bolkonskj riflette sulla corrispondenza tra l’albero morto e la fine delle proprie attese. Nel breve soggiorno dai Rostov, la conoscenza di Natascia suscita speranze di ancora aperte possibilità. Ed al ritorno egli vede «la vecchia quercia, tutta trasformata… Non più dita contorte né ferite, né senile sfiducia e dolore (…). Attraverso la dura scorza centenaria si erano aperte un varco le giovani foglie succose, sì che era impossibile credere che quel vecchio tronco le avesse generate».

 

Questa, però, è solo una possibilità per i destini degli eredi della storia dell’albero dei socialismi.

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