Verità irriverenti

Riflessioni di un magistrato sotto scorta

di Franco Cavalli

 

“Cos’è un ribelle? Un uomo che dice no”. Il libro si apre con questa citazione di Albert Camus, frase che secondo me dice molto della personalità di Dick Marty che si è sempre ribellato, anche se in modo civile e spesso raffinato, a molte convenzioni, a tante regole, non da ultimo a molte di quelle imposte dal suo partito, il PLRT.

 

La risposta alla prima frase del libro “Perché mi trovo a scrivere ancora un libro, proprio io che sono sempre stato restio a parlare di me?” La troviamo nel penultimo paragrafo dell’ultima pagina “questo libro è stato scritto di getto, spinto da un’urgenza” “una volta ancora, una specie di autoterapia”. Già nel prologo accennava allo “scrivere come autoterapia, invece di prendere il Prozac; scrivere per sé stessi, senza pensare primariamente al lettore (e me ne scuso).”

 

Se il libro precedente “Una certa idea di giustizia” del 2019 era nato in seguito a diversi problemi di salute, che l’avevano immobilizzato a casa per quasi quattro mesi, quest’ultimo è chiaramente legato all’incredibile storia del lunghissimo periodo di reclusione a causa delle minacce di morte provenienti dai Balcani e forse soprattutto all’ultima battaglia, quella che sarà più difficile vincere, intrapresa da qualche mese contro una grave malattia.

 

E qui ritorno a citare il penultimo paragrafo del libro “scrivere in fretta ha dei vantaggi per chi scrive, forse; non per il lettore, non per la coerenza dello stile e della struttura del testo”. Mi sento però di tranquillizzare Dick: lo stile è piacevole, il libro si legge molto facilmente e anche le tematiche più complesse vengono presentate con una scrittura accessibile a tutti. Poi che la struttura dello scritto non sia lineare e che manchi forse un evidente fil rouge (ma ci ritornerò) non disturba minimamente, anzi corrisponde all’essenza del libro, al fatto che si tratta di riflessioni personali, fatte oltretutto sotto la pressione di incombenti pericoli esistenziali. Riflessioni che in queste condizioni non possono che essere à bâton rompu. Ma a guardare bene un fil rouge invece c’è ed è la grossa preoccupazione, talora quasi una disperazione ed una rabbia profonda, per quanto sta capitando nel mondo.

 

Il suo sguardo spazia dall’Ucraina alla Palestina, passando per le sue esperienze passate, tra le quali citerò solo la Cecenia, i Balcani (origine delle minacce molto concrete di morte per cui è stato messo sotto stretta protezione) e il Medio Oriente. Su tutti questi temi (ma non dimenticherei neanche Cuba e l’America Centrale) le sue posizioni sono e anche di parecchio a sinistra di quelle difese p. es. dal PSS. La preoccupazione principale di Dick Marty è però per lo stato di salute, perlomeno compromesso se non addirittura agonizzante, della democrazia nei paesi occidentali.

 

La democrazia è qualcosa di complesso, sicuramente non riducibile all’esistenza ogni 4-5 anni di una semplice competizione elettorale tra alcuni partiti, talora molto simili tra di loro. Non riassumo qui, perché avrei bisogno di troppo spazio, le sue acute riflessioni su cos’è la democrazia. Cito solo la sua disanima di quanto è capitato 100 anni fa nella Repubblica di Weimar, che allora rappresentava probabilmente la forma più avanzata di democrazia ed il cui fallimento ha prodotto uno dei peggiori regimi della storia. Cito anche una frase significativa “come dimenticare che i vari Hitler, Mussolini, Bolsonaro, Trump, Putin e altri hanno goduto del sostegno del popolo e vinto le elezioni?”.

 

Dick Marty denuncia soprattutto la prevalenza sempre più schiacciante degli esecutivi sui legislativi (e che, secondo me, è una delle ragioni per cui la gente va sempre meno a votare), il predominio asfissiante delle lobby e dei grandi interessi finanziari, l’asservimento sempre più evidente di gran parte dei media agli interessi delle grandi potenze economiche e/o politiche nonché il ruolo sempre più subalterno della giustizia. A chi mastica di marxismo, tutto ciò può sembrare quasi lapalissiano, perché gli è evidente come l’ondata neoliberista degli ultimi 30 anni ha progressivamente ridotto lo spazio democratico, tanto che alleanze tra grande capitale e movimenti fascistoidi (Bolsonaro, Trump, Orban e compari) stanno ormai diventando moneta corrente.

 

Dick Marty invece ha un’alta concezione dello Stato (un po’ calvinista, un po’ alla francese: da qui la sua infatuazione per De Gaulle e forse anche certe sue “durezze” come procuratore, come per esempio nel caso di collaboratori locali, tutto sommato marginali, con le BR) e soprattutto è legato alla tradizione migliore del liberalismo progressista, quello della nostra prima Costituzione o quello che nel secondo dopoguerra non disdegnava di parlare di pianificazione. Ecco spiegata quindi la sua quasi disperazione a cui accennavo, un po’ come quella dell’amante tradito.

 

Ciò che rende il libro ulteriormente interessante è che queste riflessioni, ben lungi dal limitarsi a disquisizioni teoriche o filosofiche, vengono quasi sempre esplicitate con fatti concreti, che spesso hanno direttamente coinvolto l’autore. Penso all’incredibile storia della famiglia Nada (padre e figlio) a proposito di campagne mediatiche e di sottomissione della giustizia al potere politico, penso all’ignavia (termine forse un po’ debole) del nostro Consiglio Federale verso le potenze balcaniche nell’affrontare di petto a livello diplomatico la minaccia di morte rivolta a Marty, ma anche alla non-collaborazione di molti governi (tra cui quello svizzero) durante molte delle sue inchieste, in particolare quelle sulle prigioni clandestine della CIA o sulle malefatte del governo kossovaro, incluso il possibile traffico di organi umani.

 

Spero che il libro sia stato veramente un’utile autoterapia per Dick. Ciò di cui sono invece sicuro è che le sue riflessioni saranno utili ad ogni lettore, per cui raccomando a tutti di procurarselo.

 

Fossi a capo del dipartimento dell’educazione, ne imporrei la lettura nelle scuole secondarie, invece di molte insipidi lezioni teoriche di civica.

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