Il Sudafrica, Gaza e il Sud del mondo

L'editoriale - Q48

 

Il fatto che è stato proprio il Sudafrica a presentare la denuncia al tribunale internazionale di giustizia dell’Aia a proposito del genocidio che Israele sta compiendo a Gaza, è di grande importanza.

Ciò spiega che il riscontro nell’opinione pubblica mondiale è stato enorme, tantoché il governo israeliano, che aveva sempre snobbato ogni decisione dell’ONU e dello stesso tribunale dell’Aia, stavolta si è sentito obbligato a prendere ripetutamente posizione.

 

Certo, la denuncia sudafricana sembra essere molto ben formulata dal punto di vista del diritto internazionale. Ma c’è di più.

 

Il Sudafrica non è una repubblica qualsiasi del Sud del mondo, ma la nazione che ha sconfitto l’apartheid e che può tuttora fregiarsi dell’eredità di Mandela. Un’eredità che nei paesi che una volta si chiamavano del Terzo Mondo ha tuttora un impatto notevole. Basterebbe vedere come in molte manifestazioni a sostegno della causa palestinese, assieme agli emblemi della Palestina ora appaia sempre più frequentemente l’effigie di Mandela.

 

Il Sudafrica è stato anche tra i primi a denunciare il vergognoso apartheid instaurato da Israele nei Territori Occupati, dove tra l’altro in questi ultimi tre mesi quasi 300 palestinesi sono stati uccisi e gli esagitati coloni israeliani hanno scatenato diversi pogrom: di tutto ciò si è parlato poco, perché l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale era concentrata sul genocidio in corso a Gaza. Bisogna poi sottolineare che nell’attuale governo israeliano una buona parte dei ministri sono imbevuti di suprematismo da popolo eletto, per cui sono apertamente razzisti nei confronti della popolazione palestinese. Il Sudafrica, proprio per la sua storia, non può evidentemente accettare violenze razziste, soprattutto se diventano programma di governo.

 

Ma quanto sta capitando in Medio Oriente sta facendoci scoprire anche altri aspetti fondamentali dell’attuale situazione geopolitica mondiale. Prendiamo lo Yemen: i nostri media parlano sempre ancora di ribelli Houthi. Questi controllano però l’80% del territorio, quindi, sono di fatto il governo yemenita. Di fronte a quanto è capitato nel Mar Rosso, l’alleanza anglo-americana, anche qui con l’appoggio del rinato militarismo germanico, si è subito lanciata (senza nessuna consultazione con i rispettivi parlamenti!) in una serie di bombardamenti a tappeto.

 

Questo sembra essere l’ultimo (purtroppo solo per intanto) episodio di un sempre più evidente scontro geopolitico tra il Nord ed il Sud del mondo, dove quest’ultimo tra l’altro ha quasi unanimemente sostenuto la posizione sudafricana all’Aia. Quest’aspetto, che i nostri media naturalmente cercano di nascondere, si era già rivelato al momento dell’aggressione putiniana all’Ucraina. Gran parte dei paesi del Sud del mondo aveva allora detto “questo è un vostro problema, un conflitto tra i vostri imperialismi, noi ce ne stiamo fuori”. E oggigiorno, con i paesi emergenti del Sud che fanno di tutto per scrollarsi di dosso il giogo imperialistico occidentale, quest’atteggiamento è ormai diventato dominante.

 

E la standing ovation con cui i super ricchi e l’élite capitalistica mondiale ha salutato il discorso di Zelensky al WEF non potrà che rafforzare quest’atteggiamento, soprattutto perché lo stesso presidente ucraino ha nel frattempo svenduto buona parte dell’economia e del territorio nazionale ai grandi trusts occidentali.

 

A proposito della crescente instabilità politica internazionale ha probabilmente ragione E. Brancaccio (vedi suo articolo in Jacobin Italia, nr. 21), secondo il quale una delle cause, se non la principale, sarebbe lo scontro tra paesi debitori e creditori.

 

La miccia sarebbe stata accesa dagli USA, che per sfuggire al loro stratosferico debito estero, hanno dapprima abbandonato il globalismo, ributtandosi nel protezionismo e poi hanno instaurato il cosiddetto “friend shoring”. Con questo termine si intende il fatto che Washington sempre più si orienta, soprattutto per ragioni economiche, in base a una lista, nella quale vengono definiti i paesi amici e quelli nemici.

 

Quest’ultimi sono da sottoporre a condizioni di commercio sempre più sfavorevoli, al limite a sanzioni. È evidente che così facendo gli USA stanno stravolgendo l’ordine economico mondiale, ciò che non può non creare delle tensioni geopolitiche. Se Brancaccio ha ragione (ma diversi economisti, tra cui Sergio Rossi, avevano già detto questo a proposito dell’Ucraina), c’è veramente poco da stare allegri.

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