Gli “Stati Disuniti” verso le elezioni

di Luca Celada, corrispondente da Los Angeles

 

Manca meno di un anno alle elezioni presidenziali del prossimo anno, previste per il 5 novembre.

In un anno che potrebbe essere, ancora una volta, critico per la tenuta stessa della democrazia americana, la superpotenza occidentale si appresta ad affrontare una riedizione del confronto fra l’ottantaduenne Joe Biden e Donald Trump, settantottenne e pluri incriminato.

 

Il primo non ha ad oggi un credibile avversario che possa contendergli la nomination democratica. Il secondo surclassa di molte lunghezze gli sfidanti, pretendenti senza vere speranze di cui lui si beffa, non presentandosi ai dibattiti organizzati dal partito e denigrandoli nel suo caratteristico stile.

 

Tutti i segnali sembrerebbero dunque indicare una strada spianata verso questo scenario “inevitabile,” eppure, da entrambe le parti, vi è palpabile disagio con i rispettivi candidati in pectore. C’è la sensazione che il paese si stia sforzando di dare una sembianza di normalità ad un canonico rito elettorale che di normale, non ha niente. Il paese non ha elaborato il trauma di un presidente sconfitto che ha tentato di rimanere al potere, e non è certo che la magistratura saprà farlo meglio della politica nei procedimenti – quattro – a carico dell’aspirante golpista.

 

Recidivo ed impenitente, Trump torna a puntare il suo lanciafiamme demagogico sulle norme e le convenzioni della democrazia costituzionale gravando sulla psiche del paese come il mefitico ed iracondo tiranno raffigurato nella sua foto segnaletica. L’aspirante autocrate che lanciò i sostenitori all’assalto di Capitol Hill per sovvertire il processo democratico, vorrebbe ora riconquistare il potere.

 

Come se non bastasse, la conflagrazione globale, dal Mar Nero al Medio Oriente, ha ulteriormente destabilizzato una situazione già precaria. Joe Biden, eletto come garante costituzionale dopo la sbandata trumpiana si trova a gestire acute crisi sul fronte interno come su quello globale. Un presidente che avrebbe dovuto presiedere alla riduzione della polarizzazione interna ed al “pivot” verso la concorrenza economico-politica con la Cina in un nuovo duopolio geopolitico, si è trovato (dopo aver promesso di porre fine alle, guerre infinite in cui il paese era impelagato da vent’anni) ad essere Commander in Chief sullo sfondo di uno scenario fluido ed infiammato da pezzi di guerra mondiale. Il recente summit con Xi Jinping testimonia un repentino cambio di rotta ed un urgente ricerca di stabilità in un mondo che rischia di sfuggire di mano.

 

Il sostegno totale, immediatamente proclamato, forse anche nella speranza di esercitare una influenza moderante sull’alleato strategico, rischia di ritorcersi contro il presidente. L’esortazione a “non commettere i nostri stessi errori,” rimarrà come una delle dichiarazioni più clamorosamente “oneste” di un presidente in carica, ma non ha certo influito sulla linea di Netanyahu (ne sui massicci rifornimenti militari dal Pentagono). L’eccidio di Gaza è però servito a incrinare fortemente il sostegno di Biden fra i giovani, componente fondamentale della coalizione di cui i democratici hanno bisogno per vincere un’elezione che si giocherà sui piccoli margini in una manciata di stati chiave. (Uno di questi, il Michigan, è anche quello dal maggior numero di elettori arabi e musulmani). Recenti sondaggi che, proprio nei “battleground states,” hanno assegnato un decisivo vantaggio a Trump, sono stati un monito per gli strateghi di Biden, già alle prese con indici di gradimento cronicamente bassi.

 

Se i democratici sono preoccupati, il GOP non sorride. Lo storico partito conservatore è stato “espropriato” da Trump e radicalizzato da un populismo che ha sostituito l’astio delle guerre culturali alla dialettica e abilitato un’ala oltranzista al Congresso, dove la corrente ultra-Maga, per la prima volta nella storia nazionale, è giunta a deporre il presidente della Camera e sostituirlo con un uomo più fedele a Trump. La vicenda ha rivelato le spaccature profonde fra conservatori tradizionalisti ed oltranzisti della nuova destra.

 

La situazione è complicata da un numero senza precedenti di potenziali candidati “terzi”, altro segnale di una crisi strutturale, in questo caso dello storico bipartitismo americano. Fra questi Robert Kennedy Jr (figlio di Robert e nipote di John F Kennedy), vicino all’area no-vax ma col peso del proprio cognome, il filosofo anticapitalista Cornel West, i Verdi ed una possibile lista “moderata bipartisan”, denominata “No Labels”, che rappresenteranno un’ulteriore variabile nel quadro già imprevedibile e sullo sfondo di una situazione mondiale che proprio di certezze e stabilità avrebbe quanto mai bisogno.

 

Dall’esterno la differenza fra estremismo di neo destra e centrismo democratico può apparire accademico, in entrambi i casi, infatti, sarebbe sbagliato attendersi radicali dipartite dall’imperialismo economico e militare di Washington. È tuttavia impossibile sopravvalutare la posta in gioco in quella che si delinea come una crisi costituzionale in una “democrazia guida” profondamente divisa.

 

Anche prima delle elezioni, lo scisma è per molti versi già consumato. I denominati “stati rossi,” i 26 stati su 50 ad amministrazione controllata dai repubblicani, perseguono in autonomia agende reazionarie, spesso in diametrale contrapposizione con la Casa Bianca. Trasformati in laboratori di politiche nazionaliste, identitarie e xenofobe agiscono come stati sovrani. Il Texas costruisce barriere anti-uomo sul “suo” confine col Messico, la Florida offre di inviare in autonomia aiuti militari ad Israele, entrambi usano immigrati clandestini come scudi umani spedendoli, a spese dei contribuenti, nelle grandi città liberal per alimentare la xenofobia.

 

I governatori conservatori hanno un alleato fondamentale nella Corte Suprema, blindata dalla destra grazie alle nomine a vita di togati reazionari fatte da Trump quand’era in carica. La Supreme Court è ora uno strumento nell’assalto ai diritti civili nel mirino della destra, a partire dall’aborto, non più garantito dopo la sentenza del 2022 pur contro una larga maggioranza dell’opinione pubblica. Di uguale portata gli attacchi “neo maccartisti” alla libertà di espressione, all’istruzione pubblica e dai libri di testo, censurati a centinaia negli stati dove infuria lo scontro sul controllo della memoria storica, con cui la nuova destra mira a ristabilire l’ordine ribaltato dalla rivoluzione culturale degli anni 60 e 70 ed instaurare un nuovo “egemonismo culturale” di destra attraverso la crociata “anti-woke.”

 

La torsione autoritaria e securitaria con cui viene perseguito questo obbiettivo è impossibile da sottovalutare. Ed è stato di recente riassunto nel programma per un potenziale secondo mandato Trump. Il “Plan 2025” è una sorta di manuale per l’occupazione “militare” della democrazia nell’eventualità della sua elezione. Il documento delinea il metodico e rapido commissariamento del ministero di giustizia mediante nomine di quadri fedeli al presidente in ogni dipartimento per perseguire gli avversari politici.

 

Nella “lista dei nemici” figurano nomi e cognomi della famiglia Biden, parlamentari democratici ma anche svariati collaboratori e integranti della prima amministrazione Trump, e perfino agenti del FBI, dimostratisi non sufficientemente fedeli o affidabili nell’applicare le direttive. Il direttore del Project 2025, Paul Dans, scrive che la carta servirà a “preparare un nuovo esercito di quadri conservatori allineati e disciplinati e pronti a dar battaglia allo stato profondo.”

 

È l’ultimo indizio che il primo mandato Trump potrebbe passare alla storia come mera prova generale per una transizione ben più efficiente ad una democratura più fosca e liberticida, l’inizio della fine, forse, della democrazia americana come la abbiamo conosciuta.

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