L’aspettativa di vita non aumenta più

di Franco Cavalli

 

I ricchi vivono molto più a lungo dei poveri.

Mi è capitato spesso che durante dibattiti sui problemi nel nostro sistema di salute o discutendo di peggioramenti ambientali mi si sia obiettato “i problemi non possono essere così gravi, se la nostra aspettativa di vita continua ad allungarsi”.

 

Ora però tutto sembra a indicare che questa tendenza si è perlomeno bloccata, ciò che sarebbe molto preoccupante, perché in effetti l’aspettativa di vita è una cartina di tornasole parecchio sensibile, anche se a scoppio ritardato, della qualità di vita di ogni paese. A questo proposito ricordo il caso estremo della Russia, che solo ora ha leggermente recuperato rispetto alla perdita di oltre 7 anni di aspettativa di vita media, che aveva generato il passaggio improvviso da uno stato sociale relativamente egualitario ad un capitalismo ferocemente brutale.

 

Abbiamo anche parlato del fatto che gli Stati Uniti sono uno dei soli cinque paesi (gli altri sono Afghanistan, Yemen, Siria e Somalia) nei quali negli ultimi tre anni l’aspettativa di vita è costantemente diminuita. Nel supplemento Science et Médicine (Scienza e Medicina), pubblicato lo sorso 20 febbraio in Le Monde, una serie di specialisti commentano il fatto che per il quarto anno consecutivo in Francia l’aspettativa di vita non è più aumentata e che anzi per le donne nel 2018 ha cominciato ad avere una minima diminuzione. Gli ultimi dati dell’anno passato indicano un’aspettativa di vita di 79.4 per gli uomini e 85.3 per le donne, dati non molto diversi da quelli svizzeri, che però si riferiscono solo al 2017, in quanto i calcoli per quanto riguardano l’anno 2018 saranno pronti solo il prossimo settembre.

 

Nel 2017 l’aspettativa media di vita in Svizzera per gli uomini era 81.4 anni, per le donne 85.4. Dati simili a quelli francesi sembrano esserci, anche se sono forse un po’ meno precisi, per altri grandi paesi dell’Europa occidentale.

 

Un dato di fatto particolarmente preoccupante e sottolineato nel supplemento de Le Monde è che la differenza di aspettativa di vita tra il 5% più ricco della popolazione e il 5% più povero sia da alcuni anni in costante aumento e che nel 2018 abbia presentato nientepopodimeno che 13 anni per gli uomini (84.4 anni vs. 71.7 anni per i più poveri). I pareri dei vari specialisti sul perché di questa, per ora, solo accennata inversione di tendenza nell’Europa occidentale (anche se il blocco dell’allungamento dell’aspettativa di vita è ormai un dato consolidato) non sono univoci, anche se la maggioranza tende a dare due spiegazioni principali. Da una parte il peggioramento delle condizioni sociali, con un aumento delle disuguaglianze sempre più marcato tra ricchi e poveri, una generalizzazione del precariato accompagnato dalle relative ansie esistenziali, il peggioramento della situazione pensionistica e anche una certa crisi dei sistemi sanitari. Dall’altra parte sempre più importanti sarebbero anche gli influssi negativi sulla salute del peggioramento delle condizioni ambientali, come sottolineato da una serie di statistiche epidemiologiche, che evidenziano un aumento dei decessi legati all’inquinamento dell’aria, dell’acqua e del territorio. In fondo le proteste giovanili, scatenate dalla crisi climatica, sembrano aver percepito istintivamente la gravità di questa situazione, ben espressa dalle loro preoccupazioni a proposito del futuro che li aspetta e della necessità di “un cambio di sistema” per poter continuare a garantirsi un futuro accettabile.

 

Nell’ultimo suo libro (Per un nuovo socialismo e una reale democrazia) il sociologo americano Erik Olin Wright scrive appunto che il muro insormontabile contro il quale sembra ora sbattere il capitalismo sia appunto rappresentato dalla crisi ambientale e dal peggioramento costante delle condizioni del lavoro salariato. E tutto sembra indicare che abbia proprio ragione. Teniamone debitamente conto quando prepariamo i nostri programmi politici.

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