Di Ucraina, NATO e dintorni

L'editoriale - Quaderno 38

 

Più passa il tempo, più ci pare che la nostra valutazione (vedi editoriale Quaderno 37) sui possibili sviluppi della guerra in Ucraina sia stata corretta. Oggi anche coloro che farneticavano di possibili piani di conquista di tutta l’Ucraina o addirittura dei Paesi Baltici, riconoscono che gli obiettivi di Putin si limitano al Donbass e alla striscia di terra che lo collega alla Crimea.

 

Mentre nei nostri media continua la campagna, non priva di accenti russofobici, contro ogni posizione giudicata pacifista e quindi “filoputiniana”, a livello internazionale sembrerebbe che l’entusiasmo per le posizioni più oltranziste, ben riassunte dal Segretario della NATO per il quale “Zelensky deve vincere”, stia via via scemando. Significativo in proposito è stato l’editoriale collettivo dei giornalisti del New York Times, che a metà maggio hanno chiesto a Biden “che cosa mai voglia raggiungere con la sua posizione contraria ad ogni trattativa”. Ed anche Macron e Scholz, dopo che per due mesi con tutta l’UE avevano fatto la figura di essere un’appendice dei falchi di Washington, sembrerebbero ora cominciare a smarcarsi. Anche perché a perderci economicamente per le sanzioni è quasi solo l’Europa, mentre il complesso industriale, energetico e militare statunitense sta facendo affari d’oro, per cui ha un chiaro interesse a che la guerra duri a lungo.

 

Da parte nostra sin dall’inizio abbiamo chiaramente spiegato perché eravamo per la posizione “né con Putin né con la NATO”. Questa è anche la ragione per cui abbiamo ora (vedasi articolo in questo Quaderno) inoltrato la nostra domanda di adesione alla “Progressive International” (Internazionale Progressista), una nuova organizzazione creata originariamente da Chomsky, Sanders, Corbyn e Co. e che sta giocando un ruolo sempre più importante nel coordinare le lotte a livello internazionale nel settore della logistica e del nuovo precariato, mantenendo inoltre a livello internazionale una chiara posizione antiimperialista.

 

Interessante ci sembra anche che nel frattempo 42 partiti comunisti, coordinati dal pur molto ortodosso partito greco KKE, abbiano pubblicato un documento di condanna “dell’invasione imperialista russa”. Documento questo non firmato, come ci è stato confermato, dal partito comunista ticinese, che così facendo vorrebbe “evitare ulteriori spaccature nell’Incontro internazionale dei PC”.

 

Nelle nostre prese di posizione, abbiamo anche spesso ricordato come questa guerra sia totalmente insensata e ricordi in parte la Prima Guerra Mondiale, scoppiata “quasi per caso” e che aveva alla base uno scontro tra diversi imperialismi, per cui giustamente Lenin aveva sin dall’inizio detto “non può per niente essere la nostra guerra”.

 

Sbagliato e tendenzioso ci sembra invece il paragone, ripetuto a iosa alle nostre latitudini, con la situazione prevalente nel 1938- 1939 (utilizzato per accusare i pacifisti di essere dei “Chamberlains”), in quanto allora la Germania era una potenza in forte crescita, che avrebbe avuto la possibilità di dominare il Mondo, se fosse riuscita a sconfiggere l’Unione Sovietica (che fin dall’inizio era stata l’obiettivo numero uno di Hitler). Oggi la Russia è invece una potenza in decadenza, con un PIL paragonabile a quello della Spagna, e che deve la sua situazione di potenza regionale solo all’estensione geografica, alle ricchezze del sottosuolo ed al fatto di avere un enorme arsenale nucleare: i nostri guerrafondai da divano non hanno tra l’altro mai risposto alla domanda se sono disposti ad accettare una guerra nucleare, che potrebbe facilmente scoppiare se i missili forniti dall’Occidente attaccassero il suolo russo, Crimea compresa.

 

Continua inoltre la solfa mediatica secondo la quale quanto sta avvenendo in Ucraina è un episodio fondamentale della lotta esistenziale tra “autocrazie e democrazie”, la nuova versione dell’ideologia della Guerra Fredda o delle invenzioni “democratiche” dei neocons americani con cui questi giustificavano le innumerevoli aggressioni criminali dall’Iraq all’Afghanistan. In questa favola propagandistica, oltre a ridare una patente di verginità democratica alla Polonia, tra le cosiddette democrazie si arruolano senza batter ciglio personaggi come Erdogan e Orban.

 

Forse più utile sarebbe invece analizzare gli aspetti economici della contesa, p. es. pensando alle lotte tra gli oligarchi, che ormai dominano la scena sia all’est che a all’ovest. Basterebbe ricordare che la ricchezza dei multimiliardari nei due anni di Covid è aumentata più che non nei 25 anni precedenti, e che se essi nel 2000 rappresentavano il 4% del PIL oggi arrivano quasi al 15%. E da tempo che personaggi come Musk, Besos e Bill Gates (per citarne solo alcuni ad Ovest) sono diventati fondamentali per capire la situazione geopolitica.

 

Ma, per tornare al futuro prossimo, come già dicevamo in un lungo articolo del nostro Quaderno precedente, potrebbe essere l’economia a decidere anche di quando si arriverà finalmente a un cessate il fuoco in Ucraina. Le previsioni danno per la Russia una diminuzione del PIL del 10%, per l’Ucraina addirittura del 30%: per sopravvivere Kiev avrebbe bisogno di 5 miliardi di dollari ogni 2 settimane! Quest’ultima cifra da sola spiega probabilmente le preoccupazioni del New York Times!

 

Nel frattempo i circoli economici svizzeri che contano (e per convincersene basterebbe leggere la NZZ, loro portavoce) si sono accodati alla NATO e soprattutto ai progetti per un mega-riarmo (che da sempre riempie le tasche di lor signori), riuscendo tra l’altro in quattro e quattr’otto, senza neanche specificarne l’uso, a far aumentare di 2 miliardi l’anno le spese militari svizzere. E vari caporioni liberal-UDCini, hanno già detto che quest’aumento delle spese andrà compensato con tagli nel settore sociale e della ricerca. Nel frattempo i forti aumenti dei premi di cassa malati, l’inflazione galoppante e l’esplosione dei costi dell’energia faranno drasticamente diminuire il potere d’acquisto dei lavoratori. Perciò noi dobbiamo prepararci a scendere presto in piazza, magari prendendo esempio da quanto hanno fatto i Gilets Jaunes in Francia.

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